“ La riorganizzazione della NATO è un percorso razionale e necessario”. Queste parole di Guido Crosetto dopo la riunione dei Ministri della Difesa della NATO del 18 giugno a Bruxelles ( leggi sul sito del Ministero) richiamano l’invito a “sopire, troncare” del Conte zio manzoniano, soprattutto se si considera che sono state pronunciate poco dopo il veemente intervento con cui il Ministro della guerra statunitense Peter Hegseth ha attaccato gli alleati ( leggi su Euronews). Ancora più morbida e al limite dell’ossequioso è stata la reazione del segretario generale della NATO Mark Rutte, secondo il quale è “ completamente accettabile” e “ logica” la decisione dell’Amministrazione Trump di sottoporre ad un esame semestrale la situazione delle truppe, delle basi e dell’accesso a queste ultime ( leggi su Politico.eu). Il messaggio di Hegseth è stato sferzante: in Europa “ invece di carri armati, caccia e sistemi di difesa aerea, l’attenzione si è concentrata sull’uguaglianza di genere, sul cambiamento climatico e sul contenimento delle spese per la difesa. I confini dell’Europa si sono spalancati, il welfare state si è espanso e le risorse per la difesa sono crollate” ( leggi sulla piattaforma statunitense NPR). Anche in questo contesto sembra evidente l’intento di Washington di dividere i paesi europei. Secondo il citato articolo di Politico.eu “ Hegseth ha chiarito che per alcuni alleati l’esame equivarrà ad una pagella. Qualcuno sarà bocciato, qualcun altro promosso a pieni voti”. Chi ambisce alla promozione è senz’altro la Polonia, che a fine maggio ha formalmente chiesto agli Stati Uniti la creazione sul suo territorio di una base militare permanente ( leggi su Notes from Poland). Con sorprendente rapidità, una prima risposta positiva è già arrivata, come riferisce il sito TVP World – leggi.
| Parole chiave: NATO; Hegseth; Rutte; Polonia |
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In meno di cinque anni la Bulgaria è andata per ben otto volte alle urne, attraversando un “ lungo periodo di instabilità politica determinato da un parlamento frammentato, coalizioni in ciclico disfacimento, governi di transizione” ( leggi la valutazione della Fondazione med-or). Lo stallo politico è stato superato il 19 aprile scorso, quando i bulgari hanno premiato il neo-costituito partito Bulgaria Progressista dell’ex presidente Rumen Radev – una sintetica analisi del voto è stata proposta dalla Fondazione Robert Schuman( leggi). Tutti i commenti (compresi quelli delle due fonti citate) sull’esito della consultazione e sulla successiva nomina di Radev quale Primo ministro hanno sottolineato la possibilità che, uscito di scena Viktor Orbán, la Bulgaria possa ora sostituire l’Ungheria nel ruolo di “ spina nel fianco interna ai meccanismi decisionali europei” ( Fondazione med-or). In un articolo intitolato “ il pro-russo Rumen Raven vince le elezioni”, Deutsche Welle ha scritto che Radev “ ha sostenuto la necessità che la Bulgaria rinnovi i legami con la Russia, mostrandosi critico nei confronti degli aiuti militari all’Ucraina” ( leggi). Smonta tuttavia la lettura semplicistica di un allineamento tra il neo premier bulgaro e il Cremlino un bell’articolo pubblicato da jacobin.com in cui si evidenzia che “ il partito di estrema destra Rinascita – apertamente pro-russo e anti-UE – ha […] presentato [Radev] come una marionetta filo-occidentale […] che dopo essersi definito «generale della NATO» […] non ha obiettato all’uso […] dell’aeroporto civile di Sofia da parte di aerei militari statunitensi, nonostante le messe in guardia dell’Iran” ( leggi). Comunque, se il buongiorno si vede dal mattino, il rischio che Sofia diventi davvero una “spina nel fianco” per l’UE non è smentito dalle prime dichiarazioni di Rumen Raven riferite da Market Screener: “ La Bulgaria porrà il veto sul nuovo pacchetto di sanzioni UE contro la Russia” ( leggi).
| Parole chiave: Bulgaria; Rumen Radev; Veto |
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Giorgia Meloni, per altro ormai impegnata nella diatriba con Donald Trump, ha esultato alla notizia dell’approvazione, da parte del Parlamento europeo, del Regolamento rimpatri ( leggi la scheda stampa sul sito del PE, dal quale può anche essere scaricato il testo dell’atto). Per la premier, “ l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa. […] il nuovo regolamento [è] un provvedimento storico frutto soprattutto del lavoro del Governo italiano” ( leggi su L’Espresso, che cita anche l’esito del voto nell’emiciclo: “ 418 voti a favore, 218 contrari e 30 astenuti”). Molto meno entusiastici sono stati i commenti di Pedro Sánchez ed Emmanuel Macron: il primo “ ha definito la soluzione dei centri per il rimpatrio in Paesi terzi un vero e proprio «inganno»”, il secondo ha affermato che “ la Francia non sostiene la politica degli hub di rimpatrio in Paesi extra-UE” ( leggisu EUNews). Il testo approvato dal PE deve ancora essere formalmente adottato dal Consiglio, ma non essendo richiesta l’unanimità non ci sono dubbi circa l’esito finale. A parte le ricadute concrete del regolamento ( leggi la preoccupata analisi della Fondazione Casa della carità), il voto dell’assemblea di Strasburgo ha avuto una significativa valenza politica. Come scritto nel citato articolo dell’ Espresso: “ Il via libera […] ha visto votare insieme Popolari, Conservatori e Patrioti – le diverse destre di cui fanno parte Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega – fino al gruppo dell’Europa delle nazioni sovrane in cui siedono i tedeschi di Afd. Facendo così venire meno, ancora una volta, quel “cordone sanitario” che a Bruxelles teneva fuori l’estrema destra”. Tale cordone sanitario appare sempre più vacillante anche in Germania. Come accade sovente, un’immagine vale più di molte parole. In questo caso si tratta di una fotografia di due politici della CDU e di Alternative für Deutschland in atteggiamento amichevole ad un evento elettorale in Sassonia-Anhalt, dove si voterà a settembre ( vedi e leggi la notizia sul sito di Die Welt). Interessante la valutazione della situazione da parte di un analista francese ospitata sul Times of Israel ( leggi).
| Parole chiave: Rimpatri; Parlamento europeo; Cordone sanitario; Germania |
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Pur cercando di mantenere un basso profilo militare e diplomatico, la Giordania è giocoforza un importante “attore stabile ma esposto alle tensioni dell’area” mediorientale. È quanto affermato dall’ambasciatore italiano ad Amman Luciano Pezzotti in un’intervista rilasciata al Giornale d’Italia nello scorso aprile, ma ancora attuale – leggi. Ricorda il diplomatico che la Giordania ha “una popolazione che per più della metà è di origine palestinese” e che nel contempo è “pienamente integrata nel dispositivo militare statunitense in Medio Oriente e, in termini economici, gli Stati Uniti sono il principale mercato di sbocco delle esportazioni giordane”. Segnala inoltre che “Israele e Giordania nel 1994 hanno firmato un trattato di pace, normalizzando le relazioni diplomatiche, con la definizione del confine tra i due Paesi”. In questo quadro fa riflettere come, ancora una volta, l’Unione europea sia in prima linea nel sostegno economico al paese, senza tuttavia impegnarsi per trasformare tale sostengo in un’azione di soft power (leggi sul Corriere dell’Economia). La dichiarazione comune rilasciata alla fine del vertice UE-Giordania dell’8 gennaio 2026 non suggeriva di certo approcci innovativi esprimendo “la volontà di cooperare per la stabilità a lungo termine, la pace, la sicurezza, la prosperità, i valori universali della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti umani” – leggi sul sito del Consiglio. Rimane così il dubbio che l’ingente aiuto finanziario erogato da Bruxelles guardi, pur senza menzionarlo, al tema del contenimento dei flussi migratori, particolarmente importante con riguardo alla Giordania che, fin dal 1948, accoglie milioni di rifugiati dai paesi limitrofi (leggi la ricerca del Centro Studi Internazionali).
| Parole chiave: Giordania; Profughi; Contenimento flussi migratori |
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Anche il più convinto europeista deve riconoscere che in materia di allargamento dell’UE il discorso pubblico è sovente intriso di retorica, non potendo presentare, da molti anni a questa parte, risultati concreti. Ne è esempio la pur lodevole risoluzione del Parlamento europeo del marzo scorso “ sulla strategia di allargamento”, nella quale si afferma tra l’altro che “ l’allargamento è uno degli strumenti geopolitici e di politica estera più forti dell’UE e continua a essere un motore fondamentale della sicurezza, della pace, della stabilità e della prosperità a lungo termine in Europa, sulla base di valori democratici condivisi” ( leggi il testo integrale o leggine un sunto sul sito del PE). Eppure, il riemergere costante del tema testimonia la percezione, da parte di osservatori e decisori, dell’effettiva importanza che riveste la prospettiva di una futuribile Unione i cui confini politici corrispondano a quelli geografici del continente: se a norma dell’articolo 49 del Trattato “ Ogni Stato europeo […] può domandare di diventare membro dell’Unione” ( leggi su EURLex), se ne deduce che l’Unione potrebbe un giorno includere tutti gli Sati europei. È in questa prospettiva che proseguono i negoziati con una decina di paesi, anche con risultati che possono apparire sorprendenti. È il caso della Moldova, per la quale l’adesione all’UE appare soprattutto come un modo per ancorarsi all’Occidente e allontanarsi dalla sfera d’influenza russa, ma di fatto avvia un profondo processo di riforme politico-istituzionali. Che le premesse per un tale processo siano ormai concrete è evidenziato dall’esito del vertice UE-Moldova del 22-23 giugno, “ che ha confermato la netta accelerazione del percorso di integrazione europea di Chișinău” – leggi sul Quotidiano nazionale.
| Parole chiave: Moldova; Allargamento; Riforme istituzionali |
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