Una delle novità più significative introdotte dal Trattato di Lisbona (2009) è stata la creazione del ruolo di Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, nominato dal Consiglio europeo e incaricato di “ guida[re] la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione” (art. 18 TUE – leggi su EURLex). “ Nell’esecuzione delle sue funzioni, l’alto rappresentante si avvale di un servizio europeo per l’azione esterna. Il servizio lavora in collaborazione con i servizi diplomatici degli Stati membri” ( ibidem, art. 27). Una succinta descrizione del funzionamento del servizio, nonché della sua complessa genesi istituzionale, è disponibile sul Dizionario europeo Dizie.eu: leggi. Un’analisi dettagliata e fondamentalmente positiva della decisione di creare un tale corposo e articolato servizio venne pubblicata dall’ European Institute of Public Administration, che non mancò tuttavia di sottolineare che “ il Trattato di Lisbona racchiude un enorme potenziale per un’Unione più coerente sulla scena internazionale, ma la sua realizzazione dipenderà in ultima analisi dagli Stati membri” ( leggi). Meno entusiasta fu la valutazione di un docente dell’Università di Monaco che identificò alcuni “ nuovi problemi”, primo dei quali “ i rapporti dell’Alto rappresentante con il presidente della Commissione e il presidente del Consiglio europeo” ( leggi sul sito Social Science Open Access Repository). I commenti citati, risalenti a quasi vent’anni fa, trovano ora riscontro: sono di questi giorni le indiscrezioni di stampa circa i dissapori tra Ursula von der Leyen e l’Alta rappresentante Kaja Kallas ( leggi l’articolo di Caludio Tito su Repubblica) e la fuga di notizie in merito ad un piano francese (avallato da Berlino) inteso a ridimensionare il servizio esterno ( leggi su Italypost). Naturalmente Kallas difende la struttura di cui è a capo e, in un messaggio ai circa 5000 funzionari che la compongono, ha sottolineato “ quanto valore aggiunto la squadra ha apportato all’Europa, specialmente in un momento in cui in Europa imperversa una guerra su larga scala”: leggi su Politico.eu.
| Parole chiave: Servizio europeo per l’azione esterna; Kaja Kallas |
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Molto è stato scritto in merito al trattato commerciale tra Unione europea e paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay), elaborato nel corso di molti anni e finalmente siglato a gennaio 2026: leggi su Europa Todayla notizia del raggiunto accordo, e leggi sul sito del Consiglio la semplice ma utile scheda “ Scambi commerciali UE-Mercosur: fatti e cifre”. La firma del testo ha avuto luogo ad Asunción, in Paraguay, il 17 gennaio ( leggi il comunicato ufficiale sul sito del Mercosur). Fino all’ultimo l’intesa all’interno dell’UE era stata in dubbio per la forte opposizione di alcuni Stati membri (Polonia, Austria, Irlanda, Ungheria e, soprattutto, Francia – leggi su RaiNews),e di importanti settori economici (in primis il mondo agricolo), nonché di circoli ambientalisti e di sinistra: leggi le critiche esposte sul sito Sbilanciamoci!. Il dibattito si è concentrato soprattutto sugli aspetti economici, ma ad alcuni media non è sfuggito un importante elemento di politica internazionale insito nell’accordo. È il caso di un interessante articolo di Vatican News intitolato “ Mercosur, lo sguardo di Asia e Usa su un accordo che cambierà mercati e geopolitica” ( leggi). Nel testo si osserva come il processo di integrazione tra UE e America Latina avviato dall’accordo “ dal punto di vista europeo è assolutamente positivo ma non bisogna scordarsi che ciò va a detrimento degli interessi di altri, come Usa e Cina”. Quanto rilevante sia la presenza cinese nel sub-continente americano e quanto strategico esso sia per l’amministrazione Trump è stato illustrato da un articolo (del 2025) del Council on Foreign Relations: leggi.
| Parole chiave: Mercosur; Unione europea; Cina; Stati Uniti |
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Dopo 78 giorni di bombardamenti, il 10 giugno 1999 NATO e Serbia raggiunsero un accordo che segnò la fine del conflitto in Kosovo ( leggi il reportage allora pubblicato dal Manifesto). Ha commemorato il ventisettesimo anniversario dell’evento Notizie da Est ( leggi), ricordando che “ durante l’operazione militare, gli aerei di 13 paesi membri della NATO realizzarono 38.400 voli, mentre in 10.484 di essi furono eseguiti bombardamenti”. Lo stesso 10 giugno, le Nazioni Unite adottarono la risoluzione 1244(1999) ( leggi) che, oltre ad istituire “ un’amministrazione provvisoria per il Kosovo come parte della presenza civile internazionale, nell’ambito della quale il popolo del Kosovo possa godere di un’ampia autonomia all’interno della Repubblica Federale di Iugoslavia”, prevedeva una “ presenza internazionale a fini di sicurezza con una sostanziale partecipazione dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico”. Tale presenza ha inizialmente comportato il dispiegamento di circa 50.000 militari, ma la cifra si è poi progressivamente ridotta parallelamente al calo delle tensioni sul terreno ed è oggi di circa 4.500 effettivi ( leggi quanto riferito dalla stessa NATO). Le recenti indicazioni dell’Amministrazione statunitense circa un graduale disimpegno dalle attività NATO in Europa hanno riportato l’attenzione anche sulle forze presenti in Kosovo e una loro ulteriore riduzione è già stata annunciata ( leggi su Open). Pur senza commentare direttamente la notizia, il presidente serbo Aleksandar Vučić – che storicamente ha sempre avuto un rapporto conflittuale con la presenza NATO in Kosovo – ha parlato di “ ruolo stabilizzante” dell’Organizzazione atlantica ( leggi su Kossev.info). Nessuna reazione è invece trapelata da Pristina, segno forse delle tensioni con Washington, che avevano portato, nel settembre 2025, alla sospensione del “dialogo strategico” tra le due capitali ( leggi sull’ ANSA).
| Parole chiave: Kosovo; NATO; Serbia |
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Spesso al centro delle cronache per fatti legati a cruenti scontri di confine con India (leggi su RAI News)e Afganistan (leggi su Notizie Geopolitiche), il Pakistan si è ritagliato un ruolo importante nei negoziati tra Iran e Stati Uniti per il raggiungimento di una tregua nel conflitto mediorientale: leggi la nota dell’agenzia turca Anadolu. È evidente tuttavia che dietro al Pakistan c’è Pechino, tradizionale alleato e sponsor di Islamabad. Come ha scritto Modern Diplomacy “la diplomazia cinese ha consolidato la propria posizione di superpotenza globale coordinando gli sforzi di mediazione con il Pakistan” (leggi). I successi diplomatici pakistani stanno comunque rafforzando la posizione strategica del paese, pronto ad aderire al “quadrilatero sunnita” lanciato dal principe saudita Mohammad Ben Salman e comprendente Arabia saudita, Turchia, Egitto e – appunto – Pakistan (leggi su Sponda Sud, portale del Centro Italo Arabo e del Mediterraneo). Secondo questa stessa fonte, “la formazione del blocco [...] segna, di fatto, il congelamento, se non il fallimento definitivo, del progetto di normalizzazione israelo-araba promosso dagli Stati Uniti” e “in questo scacchiere in rapida mutazione, si muove silenziosamente […] la Cina”. Analizza con autorevolezza il ruolo svolto da Pechino nell’intera crisi mediorientale un articolo apparso sul sito dell’International Crisis Groupche prende in esame le molteplici sfaccettature dei rapporti tra la Cina e i principali attori regionali. Se “nel 2021, Pechino ha elevato le proprie relazioni con Teheran a «partenariato strategico globale» […] che comprende un accordo per investimenti cinesi in Iran pari a 400 miliardi di dollari nell’arco di 25 anni”, oggi “la strategia di Pechino è «Arabia Saudita al primo posto», vale a dire che i legami con Riad fungono da punto di ancoraggio per le relazioni della Cina con l’intera regione. Insieme agli Emirati Arabi Uniti e al Qatar, l’Arabia Saudita è centrale per le ambizioni economiche a lungo termine della Cina. Queste includono la sicurezza energetica, la connettività della Via della Seta e il commercio di gas naturale liquefatto denominato in yuan” – leggi.
| Parole chiave: Medioriente, Pakistan, Cina |
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Al G7 di Evian ( vai il sito ufficiale) l’attenzione dei media è stata monopolizzata dall’imminenza della firma di un accordo tra Stati Uniti ed Iran e più in generale da tutto quello che avrebbe potuto dire e fare Donald Trump: il sito americano di tendenza progressista Raw Story ha dedicato a quest’ultimo un tagliente articolo che nell’incipit sottolinea come “ Il web ha preso in giro il presidente dopo che foto e video lo hanno immortalato mentre si allontanava disorientato dal palco con gli altri leader mondiali” ( leggi). Lo stesso articolo ha poi aggiunto che “ un’altra foto ha rivelato che Trump ha avuto bisogno del sostegno del Primo ministro indiano Narendra Modi per salire un singolo gradino in occasione della foto di gruppo”. Pur non essendo il leader di un paese del G7, Modi figurava tra gli invitati al vertice e ha colto l’occasione per ribadire l’importanza che attribuisce ai rapporti con l’Unione europea. La sua ultima visita in Europa – con tappa anche in Italia – risale soltanto ad un mese fa: leggi su Europe Focus. Ora, in occasione del viaggio in Francia per il G7, ha partecipato assieme ad Emmanuel Macron al “ Bharat Innovates 2026” un grande evento internazionale organizzato a Nizza dal Ministero dell’Istruzione indiano ( vedi il sito ufficiale). Nel suo intervento il Presidente francese ha sottolineato che “ non si tratta tanto di sapere se l’India innovi, quanto piuttosto di vedere chi innoverà con l’India” ( leggi su France24). Quindi, affrontando il tema delle “connessioni” Emanuel Macron non si è lasciato sfuggire l’opportunità di menzionare il corridoio IMEC, segnalando le potenzialità per lo sviluppo dei rapporti commerciali franco-indiani e per quelli tra l’UE e l’India – leggi sul sito Web India 123.
| Parole chiave: Memorial; Russia; Repressione |
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