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Se “uniti nella diversità” è stato uno slogan accattivante in un periodo in cui l’unità europea era considerata motore di crescita e sviluppo, il diffondersi del nazionalismo ne ha presto incrinato lo smalto. Nell’introduzione di un dossier pubblicato ormai molti anni fa (2017) il centro studi Martens (vicino al PPE) sottolineava come “nonostante il motto ufficiale dell’UE sia «Uniti nella diversità», il blocco sta attraversando una crisi profonda in cui la diversità rischia di minare l’unità” (leggi). L’attacco all’ideale unitario è stato ed è cavalcato in modo esplicito dalle forze sovraniste: leggi un articolo di The Post Internazionale dedicato alla firma del “Manifesto dei sovranisti”. Anche leader sinceramente impegnati “a portare avanti il processo di creazione di un’unione sempre più stretta fra i popoli dell’Europa” (articolo 1 del Trattato di Lisbona – leggi su EurLex) hanno dal canto loro rivendicato l’adozione di misure autonome, in particolare in materia di politiche migratorie (ricorda alcune decisioni – anche contraddittorie – di Angela Merkel il Europe Now Journal del Council for European Studies: leggi). Si deve tuttavia notare che, al di là di atteggiamenti a forte connotazione ideologica, alcune scelte sono conseguenza di particolari situazioni socioeconomiche determinate dalla struttura del mercato del lavoro e della conseguente possibilità di inserire migranti nel circuito produttivo nazionale. Se infatti il “Patto migrazioni e asilo” che ha sostituito il regolamento di Dublino era stato “approvato con i voti contrari di Polonia, Ungheria e Slovacchia, oltre alle astensioni di Cechia, Malta e Austria” (leggi su Euronews), proprio Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca attuano politiche molto attive per il reclutamento di lavoratori stranieri, indispensabili per le rispettive economie nazionali: leggi a questo proposito l’interessante analisi di Balkan Insight.
| Parole chiave: Migranti; Mercato del lavoro; Politiche nazionali |
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