Rassegna stampa, 4 Ottobre 2026

4 ott 2026
I grandi temi di attualità ritornano nelle conferenze di Dialoghi europei con un evento che guarda direttamente a fatti di cui abbiamo testimonianza a pochi chilometri dal centro di Trieste.
Come illustrato nella locandina allegata, martedì 6 ottobre alle 17 e 30, nell’Aula Magna della Scuola per Interpreti di via Filzi 14 si terrà l’incontro intitolato “Il ripristino dei controlli alle frontiere: quale futuro per l'area Schengen?"”.
Un breve ma utile sunto di quanto prevedono l’Accordo di Schengen e la Convenzione per la sua applicazione è disponibile su EURLex: leggi. La raccolta di tutti gli atti e documenti ufficiali relativi all’Accordo è invece accessibile sul sito statewatch.org: leggi. Un’ampia rassegna di articoli, foto e video sul tema è messa a disposizione dal Luxemburg Centre for Contemporary and Digital History: visita.
 
Parole chiave: Dialoghi europei; Conferenza; Schengen

 

Nella primavera 2019, Volodymyr Zelenski ha vinto le elezioni presidenziali raccogliendo oltre il 70% dei suffragi (leggi sul Corriere di allora).
Pochi mesi dopo, alle elezioni politiche anticipate volute dallo stesso neo-presidente, il suo partito “Servo del popolo” ha ottenuto il 43% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi al Parlamento (leggi cosa scrisse l’Osservatorio Balcani-Caucaso).

A fine 2020 si sono poi tenute le elezioni amministrative che hanno evidenziato un forte calo della popolarità di Zelenski, con una netta sconfitta dei suoi candidati (leggi la breve analisi del Centre for East European and International Studies di Berlino, ma leggi anche quanto scritto dallo IARI il 15 novembre 2020: “le […] elezioni si sono svolte su tutto il territorio ucraino, ad eccezione ovviamente, delle regioni contese di Donetsk e Lugansk e della Crimea che ufficialmente per le autorità russe, e secondo un tacito accordo tra la comunità internazionale e Mosca, appartengono oramai al territorio della Federazione Russa”.

Da allora, l’aggressione russa e la conseguente legge marziale hanno impedito lo svolgimento di altre consultazioni elettorali (leggi la giustificazione sul sito controllato del Ministero degli esteri di Kiev), ma se inizialmente un tale “deficit democratico” appariva comprensibile (leggi su Vatican News), ormai sempre più numerosi sono quelli che lo ritengono difficilmente accettabile: leggi il preoccupato articolo de L’Espresso in cui, dinanzi ai ripetuti scandali legati ad episodi di corruzione ad altissimo livello, si osserva che “si tratta ora di capire se il sistema politico ucraino, stremato dalla guerra, sia ancora capace di correggersi senza attendere che siano le piazze, le procure o gli stessi alleati a imporglielo”.

Alcune piazze in effetti si stanno già mobilitando, in particolare contro gli arruolamenti forzati di giovani da inviare al fronte.
Una corrispondenza da Leopoli pubblicata da Avvenire a metà luglio scorso testimonia di scontri violenti tra “reclutatori” e quella “maggioranza della popolazione [che] non se la sente più di imbracciare un’arma” – leggi.
 
Parole chiave: Ucraina; Deficit democratico; Reclutamento forzato

 

 

Il 23 settembre hanno avuto luogo in Marocco le elezioni politiche. I partiti che formavano la precedente coalizione di governo sono risultati globalmente vincitori e tutto lascia presagire che continueranno a guidare il paese anche se – in ogni caso – è il re Mohammed VI ad avere “un ruolo centrale nella politica” marocchina – leggi su Il Post.

Due degli aspetti più significativi della tornata elettorale sono stati, da un lato, la bassa partecipazione (38%), e, dall’altro, lo scarsissimo coinvolgimento dei giovani: Focus on Africa ha scritto che “appena il 4% degli elettori registrati ha tra 18 e 24 anni” (leggi).

Si deve tener presente che in Marocco “per votare è necessario iscriversi alle liste elettorali e a livello nazionale si erano iscritti soltanto 15,8 milioni di persone, rispetto ai circa 26 milioni che ne avrebbero avuto diritto”, come precisato dal citato articolo de Il Post.

Questo disinteresse dei giovani (e non solo) per il processo elettorale riflette verosimilmente una profonda disillusione nei confronti della capacità dello Stato di incidere sulla realtà socioeconomica.
Nonostante l’economia sia in crescita, non si creano “abbastanza posti di lavoro e il 12,7% dei marocchini vive in povertà relativa” – leggi su Euronews. Il problema di fondo sembra tuttavia essere di natura più complessa.

Da anni il Marocco segue un’autonoma strategia di politica internazionale, come evidenziato dall’adesione agli Accordi di Abramo e dalla recentissima decisione di procedere allo scambio di ambasciatori con Israele – leggi su Al Jazeera. Ma l’azione diplomatica sembra procedere senza un coinvolgimento del paese reale.

Come ha scritto un meritevole articolo di Africa Rivista: “Il principale elemento di vulnerabilità di questa complessa architettura geopolitica risiede […] sul fronte interno, nella profonda frattura tra il pragmatismo della diplomazia reale e i sentimenti della piazza” (leggi).

Parole chiave: Marocco; Elezioni; Economia

 

 
Tra le vittime collaterali della guerra mossa all’Iran da Stati Uniti ed Israele potrebbero finire anche i succitati Accordi di Abramo – è questa la tesi sostenuta da Abdelrahim Shalaby, un ex diplomatico egiziano in un’interessante analisi pubblicata sulla piattaforma statunitense Responsible Statecraft. Si legge nell’articolo: “A causa della guerra, gli accordi hanno perso una delle loro più importanti giustificazioni strategiche: la convinzione che il solo ombrello securitario americano potesse garantire sicurezza e stabilità agli alleati della regione”.

Fin da subito, Teheran ha reagito agli attacchi israelo-americani lanciando missili e droni contro diversi Stati dell’area (leggi su Sky TG24).
Tra questi, anche gli Emirati Arabi Uniti, che, assieme al Bahrein, furono i primi firmatari degli Accordi nel 2020 (leggi sul Guardian).

Per un quarto di secolo gli EAU hanno cercato di lanciare al mondo un “messaggio di invulnerabilità”, come ha scritto Valori.it.

Ma con la guerra nella regione, “lo status di Dubai come rifugio sicuro per gli espatriati e le loro attività è sempre più in discussione. Più a lungo durerà la guerra, più intensa sarà la ricerca di luoghi alternativi. Il capitale internazionale è estremamente mobile e Dubai ha bisogno che questa guerra finisca ora”.

In questa temperie, l’Algeria (uno dei più accesi oppositori degli Accordi di Abramo), ha deciso di rompere i rapporti diplomatici con gli EAU, accusati di attività “provocatorie od ostili” (leggi su The New Arab).

Tale decisione, che “avrà significativi effetti in tema di investimenti”, fa tuttavia “emerge[re] sempre di più il ruolo crescente e divisivo degli Emirati nel continente africano. Dubai è diventato uno degli attori esterni più aggressivi nei conflitti in Africa, dall’Etiopia alla Libia, dalla Somalia al Sudan” – leggi in un duro articolo di Negrizia.
 
Parole chiave: Emirati Arabi Uniti; Guerra all’Iran; Accordi di Abramo
 
 
 
Il 30 settembre il Parlamento rumeno ha negato la fiducia al premier incaricato Siegfried Mureșan, esponente del Partito Nazionale Liberale (PNL), di centrodestra, eurodeputato e vicepresidente del PPE (leggi sull’Agenzia Nova).

Spetterà al Presidente della Repubblica Nicușor Dan valutare se conferire n nuovo incarico o sciogliere il Parlamento.
Secondo Euronews “il precedente governo [era] caduto dopo un voto di sfiducia in seguito alle tensioni sulle misure di austerità e sui tentativi di ridurre l’ampio deficit di bilancio del Paese” (leggi).

Il tono anodino di questa precisazione contrasta con le notizie relative ai retroscena che avrebbero portato, nel maggio scorso, alle dimissioni dell’allora Primo ministro Ilie Bolojan – leggi l’annuncio sul sito dell’Osservatorio Balcani-Caucaso.

Un’inchiesta del Wall Street Journal (non disponibile in libera lettura, ma ampiamente ripresa da Notizie Geopolitiche – leggi – e altre testate – leggi ad esempio EUalive) ha infatti reso noto il possibile coinvolgimento dell’Ambasciatrice statunitense ad Atene nella caduta dell’esecutivo rumeno.

Kimberly Guilfoyle, ex giornalista di Fox News ed ex fidanzata di Donald Trump Junior, nominata dal Presidente Trump tra le polemiche (se n’è occupata anche questa rassegna stampa – leggi), è apparsa molto attiva nel perorare l’acquisto di GNL statunitense da parte dei paesi dei Balcani.

Poche settimane prima che il partito socialdemocratico rumeno (PSD) ritirasse la fiducia a Bolojan, di cui era alleato, il suo leader Sorin Grindeanu aveva incontrato Guilfoyle a Bucarest e i due avevano discusso anche di infrastrutture per il trasporto del gas. Bolojan aveva appena sospeso la ratifica di un memorandum per l’acquisto di GNL americano, e poche settimane dopo era stato sfiduciato.

Ora la storia si è arricchita di un nuovo capitolo: durante una cena ad Atene, alla quale partecipava anche un ministro greco, Kimberly Guilfoyle, riferendosi a quanto successo in Romania, avrebbe affermato: “Possiamo farlo in qualsiasi Paese vogliamo. Possiamo farlo anche qui”, come riportato in un veemente articolo della rivista progressista americana The Nation intitolato “Kimberly Guilfoyle maestra di diplomazia mafiosa” - leggi.
 
Parole chiave: Romania; Grecia; Ingerenze USA
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