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Il 23 settembre hanno avuto luogo in Marocco le elezioni politiche. I partiti che formavano la precedente coalizione di governo sono risultati globalmente vincitori e tutto lascia presagire che continueranno a guidare il paese anche se – in ogni caso – è il re Mohammed VI ad avere “un ruolo centrale nella politica” marocchina – leggi su Il Post.
Due degli aspetti più significativi della tornata elettorale sono stati, da un lato, la bassa partecipazione (38%), e, dall’altro, lo scarsissimo coinvolgimento dei giovani: Focus on Africa ha scritto che “appena il 4% degli elettori registrati ha tra 18 e 24 anni” (leggi).
Si deve tener presente che in Marocco “per votare è necessario iscriversi alle liste elettorali e a livello nazionale si erano iscritti soltanto 15,8 milioni di persone, rispetto ai circa 26 milioni che ne avrebbero avuto diritto”, come precisato dal citato articolo de Il Post.
Questo disinteresse dei giovani (e non solo) per il processo elettorale riflette verosimilmente una profonda disillusione nei confronti della capacità dello Stato di incidere sulla realtà socioeconomica. Nonostante l’economia sia in crescita, non si creano “abbastanza posti di lavoro e il 12,7% dei marocchini vive in povertà relativa” – leggi su Euronews. Il problema di fondo sembra tuttavia essere di natura più complessa.
Da anni il Marocco segue un’autonoma strategia di politica internazionale, come evidenziato dall’adesione agli Accordi di Abramo e dalla recentissima decisione di procedere allo scambio di ambasciatori con Israele – leggi su Al Jazeera. Ma l’azione diplomatica sembra procedere senza un coinvolgimento del paese reale.
Come ha scritto un meritevole articolo di Africa Rivista: “Il principale elemento di vulnerabilità di questa complessa architettura geopolitica risiede […] sul fronte interno, nella profonda frattura tra il pragmatismo della diplomazia reale e i sentimenti della piazza” (leggi).
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