Rassegna stampa, 18 Ottobre 2026

18 ott 2026
Il 25 ottobre si terrà in Brasile il secondo turno delle elezioni presidenziali che vedrà contrapposti il Presidente uscente e vecchio leader del Partido dos Trabalhadores Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Nantes Bolsonaro, senatore del Partido Liberal, trumpiano e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, condannato per aver tentato di sovvertire l’ordine democratico.

La scelta degli elettori brasiliani avrà un’importanza storica, in quanto la sconfitta di Lula “segnerebbe il culmine di questo «annus horribilis» per la sinistra latinoamericana che in pochi mesi è stata travolta dall’internazionale reazionaria”, come ha scritto un servizio dell’ANSA (leggi).

Proprio l’Internazionale reazionaria è il soggetto dell’ultimo libro di Donato Di Santo dedicato al subcontinente americano, che l’autore presenterà a Trieste il 21 ottobre alle 17:30 presso la Sala Tessitori di piazza Oberdan 5, in occasione di un incontro organizzato da Dialoghi europei.

Nel libro, Donato Di Santo – grande conoscitore ed esperto di Sudamerica – ha voluto sottolineare il carattere paradigmatico di quello che sta avvenendo in quel continte. Come ha ricordato lui stesso durante un dibattito diffuso da Radio Radicale: “Mi sono accorto che l’America latina stava diventando forse non «un» ma «il» laboratorio di tutta questa ricollocazione della nuova destra” (ascolta al minuto 52).
 
Parole chiave: Dialoghi europei; Donato Di Santo; America latina
 
Il quotidiano sovrapporsi di dichiarazioni contraddittorie di Donald Trump lascia incerti e confusi molti dei suoi interlocutori e obbliga qualsiasi commentatore o semplice giornalista che ambisca ad informare compiutamente i propri lettori a complessi resoconti di ciò che il Presidente americano ha detto e poi smentito e poi magari ribadito.
Resta esemplare a questo proposito un articolo della Columbia Journalism Review (leggi) dopo il vertice Trump-Putin di Helsinki del 2018 (leggi sul sito EBSCO).

Più di recente, anche in merito ai rapporti tra Stati Uniti e NATO la linea sostenuta un giorno non è quella del giorno successivo: (leggi l’articolo del Corriere del Ticino del 22 maggio, il cui incipit è: “Donald Trump volta le spalle alla NATO. Anzi no. Ennesima mossa inaspettata da parte del presidente USA, che nelle scorse ore ha annunciato l’invio di ulteriori 5 mila soldati americani in Polonia”).
Queste affermazioni ondivaghe finiscono per incidere sulle scelte dell’Amministrazione, ma possono anche nascondere un’ambiguità della linea politica seguita nei confronti degli alleati.
Il progetto di una nuova base permanente statunitense in Polonia, di cui si discute da anni, sembra ora potersi concretizzare (leggi su Startmag).

Allo stesso tempo prende corpo una sorta di strategia ad excludendum nei confronti di alcuni paesi NATO: leggi su Euronews a proposito di una riunione organizzata a Varsavia dagli USA con un numero ristretto di alleati, che ha spinto alcuni funzionari a ritenere che “questo assetto finirà per dividere i membri in categorie di «buoni europei» e «cattivi europei», rafforzando al tempo stesso l’influenza di Washington sull’Alleanza”.

Che Washington sia molto attiva anche nei tentativi di influenzare gli equilibri politici di singoli paesi è apparso in tutta evidenza con la notizia di un’iniziativa intesa a rovesciare l’attuale Governo polacco guidato da Donald Tusk per favorire il ritorno al potere della destra nazionalista radicale del partito Diritto e Giustizia (PiS): leggi sul sito della televisione polacca e leggi su Il Post.
 
Parole chiave: Trump; NATO; Polonia; Interferenze statunitensi
 

Per quanto si parli spesso di Sahel in molteplici contesti geopolitici (migrazioni, jihadismo, desertificazione, conflitti inter-etnici, ingerenze straniere, ecc.), molte volte è difficile visualizzare i limiti di un’area in realtà vastissima che si estende attraverso tutta l’Africa: può quindi risultare utile vederne la rappresentazione su mapy.com e leggerne una descrizione in un articolo dell’Espresso del 2021.

Per l’Algeria, che à il più esteso paese africano, il Sahel rappresenta una regione sulla quale sarebbe fondamentale esercitare un controllo o quanto meno ribadire una presenza strategica. In questa prospettiva le autorità di Algeri stanno mettendo a frutto l’esperienza nella gestione delle proprie risorse energetiche per intessere legami economici con partner africani. Come scrive Al Majalla, piattaforma del Saudi Research & Media Group: “i recenti accordi energetici tra Algeria e Niger rientrano in una più ampia strategia algerina volta a ricostruire la propria influenza nel Sahel e in tutta l’Africa” – leggi.

L’attenzione è anche ovviamente rivolta ai partner europei, dei quali l’Algeria è sempre più un fondamentale fornitore di gas oggi e probabilmente di idrogeno verde domani: leggi la dichiarazione dell’Ambasciatore dell’UE ad Algeri Diego Mellado, riportata con risalto da Algeria Gate, e leggi l’articolo sul cosiddetto SouthH2 Corridor per il trasporto dell’idrogeno di Bio Energy Times. Gli interessi e le ambizioni dei tanti attori statuali e non statuali presenti nel Sahel rappresentano tuttavia potenziali ostacoli per le iniziative algerine.

Va letta anche in tale contesto la rottura dei rapporti diplomatici tra Algeria ed Emirati Arabi Uniti, ben analizzata da African Arguments, sito giornalistico della britannica Royal African Society (leggi).
Apporta alcune interessanti considerazioni complementari sulle possibili conseguenze di tale rottura il sito Diogene notizie, che pone l’accento sulla forza del jihadismo saheliano: leggi.

Parole chiave: Algeria; Sahel; Risorse energetiche
 
È a prima vista paradossale che, mentre la situazione in Medioriente si fa di giorno in giorno più complessa e violenta, si moltiplichino gli incontri e le iniziative concernenti l’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), le cui strutture logistiche (porti, ferrovie, stazioni) dovrebbero sorgere proprio nelle aree oggi interessate da conflitti armati. Evidentemente il (cinico?) realismo di politici ed operatori economici induce a progettare le infrastrutture per il dopoguerra, indipendentemente da quali saranno i vincitori e quali i perdenti. In ogni caso, come scrive L’Europeista che ha intervistato un ex alto funzionario ed ex ufficiale israeliano, la realizzazione dell’IMEC potrebbe essere uno “strumento per la stabilizzazione del Medio Oriente” (leggi).

Si comprende quindi l’interesse di Israele a porsi come fulcro del progetto: leggisu Linkiesta. Ma proprio la guerra e le conseguenti interruzioni di alcune rotte commerciali “hanno accelerato i lavori sull’IMEC, con Oman, Egitto, Libano, Grecia e Cipro che hanno manifestato interesse ad aderire al corridoio”, come ha scritto l’indiano Financial Express (leggi).

In India, terminale asiatico del corridoio e “motore” dell’iniziativa (il progetto venne annunciato a Nuova Dehli nel 2023), l’attenzione nei media rimane alta. Si esaminano vantaggi e svantaggi (leggi lo schematico compendio di The Indian Express), ma si guarda anche al futuro cercando di immaginare le conseguenze di una possibile vittoria di Le Pen in Francia (leggi sul sito di consulenze 9Dashline), mentre le autorità portuali di Marsiglia promuovono le prime attività operative (leggi su Presse Agence).

Per quanto riguarda la prospettiva europea, molti aspetti fondamentali della realizzazione dell’IMEC sono esaurientemente analizzati in un ampio dossier dell’ISPI - leggi.
 
Parole chiave: IMEC; India; Israele; Francia
 
Nel preambolo del Trattato di Lisbona con cui è stata istituita l’Unione europea, le “Alte parti contraenti” affermano di essersi ispirate “alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello Stato di diritto” – leggi su Eur-Lex.

Coerentemente, l’articolo 2 del Trattato stesso pone lo Stato di diritto tra i valori fondanti dell’Unione (ibidem). In una fase storica caratterizzata dal riemergere di tendenze autocratiche e dallo spregio per tale valore (leggi l’articolo del Philadelphia Inquirer che nel titolo afferma che “il disprezzo di Trump per lo Stato di diritto sovverte la democrazia”, e leggi anche un recentissimo articolo del Guardian) andrebbe apprezzato, più di quanto non avvenga, l’impegno profuso dalla Commissione per “promuovere, tutelare e sostenere lo Stato di diritto”, presentando tra l’altro annualmente al Parlamento e alle altre Istituzioni europee una dettagliata Relazione: leggi quella del 2026 su Eur-Lex.

La complessità di questo compito (le Relazione presenta “una valutazione annuale della situazione dello Stato di diritto in ciascuno Stato membro dell’UE”) è connessa anche alle diverse percezioni di cosa si intenda per Stato di diritto.
Scrive ad esempio il sito Questione Giustizia che “Più il dibattito sulla crisi dello Stato di diritto in Europa diventa ricco e articolato, più appare chiara la difficoltà della sfida raccolta da chi lo vuole difendere, non solo per l’aggressività degli avversari, ma per il suo carattere massimamente sfuggente, una volta che lo si osservi nelle sue declinazioni nazionali” – leggi.

Lega addirittura il futuro e la missione dell’UE al principio di Stato di diritto (e di democrazia) un ampio ed articolato saggio del 2025 disponibile sul sito della Law Review del Trinity College – (leggi). Purtroppo la quotidianità sfugge sovente al quadro teorico ideale, come evidenzia l’articolo di Focus Europesecondo il quale: “La spinta dell’Unione europea sullo Stato di diritto si arena: il 96% delle raccomandazioni resta inattuato” – leggi.
 
Parole chiave: Valori universali; Stato di diritto; Commissione;
 
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