Rassegna stampa, 11 Ottobre 2026

11 ott 2026
Quando ormai non si contano più gli anniversari di dichiarazioni più o meno solenni in merito alle prospettive di adesione all’Unione europea dei paesi dei Balcani occidentali, ma anche di Ucraina e Moldova, finalmente la Commissione sembra aver adottato un approccio più pragmatico, che suggerisce alcune misure necessarie per rendere l’allargamento sostenibile per tutti gli attori coinvolti: paesi candidati, Stati membri ed Istituzioni europee. Il 6 ottobre scorso, la commissaria Marta Kos ha presentato al Parlamento europeo la Comunicazione “Prepararsi a un’Unione più ampia” (leggi sul sito della Commissione), corredata da un dettagliato documento di lavoro che illustra “i cambiamenti e le riforme delle politiche dell’UE che dovrebbero contribuire a garantire che un’Unione allargata sia in grado di affrontare le sfide future” (leggiibidem).

Una breve nota che riassume le finalità della Comunicazione sotto forma di domande e risposte è disponibile su Europa.eu: leggi.

L’Osservatorio Balcani-Caucaso ha tempestivamente fornito un sunto ragionato dei documenti presentati dalla Commissione, notando che “clausole di salvaguardia per i nuovi membri e integrazione graduale dei candidati prima dell’adesione sono i due punti principali” con riguardo a “quattro settori da considerare prioritari: governance, valori, politiche e bilancio” (leggi).

Tra i commenti venati di (realistico) scetticismo si segnalano quelli dell’European Policy Centre (leggi e leggi), ripresi da Focus Europe (leggi).

Che le proposte della Commissione siano destinate ad incontrare forti obiezioni è già apparso evidente con una prima reazione ucraina, riportata da Politico.eu– leggi.
 
Parole chiave: Riforme pre-allargamento; Commissione
 
C’è una foto a corredo di un servizio del Sole24Ore sul recente vertice dei BRICS (12 e 13 settembre 2026) che induce a riflettere su come alcuni equilibri internazionali si stiano modificando – vedi (l’intero articolo non è disponibile in libera lettura).
La foto ritrae “il presidente russo Vladimir Putin, il primo ministro indiano Narendra Modi e il presidente cinese Xi Jinping [che]partecipano a una cerimonia di piantumazione congiunta durante il vertice dei BRICS a Nuova Delhi”. Putin e Modi hanno avuto un incontro bilaterale in cui “hanno concordato di rafforzare la relazione «speciale» tra i loro paesi”, ma le cronache suggeriscono che i veri protagonisti sono stati Modi e Xi: Al-Jazeera ha sottolineato che “si tratta del primo viaggio di Xi in India negli ultimi sette anni e, per il momento, del principale segnale di un cauto disgelo tra i due rivali dotati di armi nucleari” (leggi).

Quanto a Putin, la debolezza della sua posizione era già stata stigmatizzata alcuni mesi fa dal Wall Street Journal (ripreso dal sito Meduza – leggi): “Vladimir Putin, un tempo un «modello» per Xi Jinping, è diventato un questuante e un junior partner”.

Xi sembra invece essere entrato completamente nel ruolo di principale ispiratore della linea dei BRICS e di leader di fatto del Sud globale – leggiquanto scritto da Scenari Internazionali, tenendo conto che si tratta di un testo diffuso anche da Radio Cina Internazionale, controllata da Pechino.

Molto interessante è un articolo di Modern Diplomacy che propone una stimolante lettura della strategia cinese sotto il titolo “La Cina non sta costruendo un nuovo ordine mondiale, ma si sta dotando di una maggioranza in quello esistente” (leggi).
 
Parole chiave: BRICS; Cina; Nuovo ordine mondiale
 

Il 18 marzo 2025 SPD, CDU-CSU e Verdi hanno votato al Bundestag le modifiche costituzionali destinate a consentire, tra l’altro, massicci investimenti per la difesa.
Si è trattato di un piccolo escamotage politico, in quanto il voto è intervenuto pochi giorni prima dell’insediamento del nuovo Parlamento, eletto il mese precedente.
Come ha scritto il sito della Radio svizzera italiana, “il leader dei conservatori[Friedrich Merz – NdC] ha voluto far votare queste leggi al Bundestag uscente, perché i partiti di estrema destra (AfD) e di sinistra (Linke) avranno una minoranza di «blocco» nel nuovo emiciclo che si formerà il 25 marzo” (leggi).

Da allora, lo sdoganamento di fatto del riarmo tedesco ha suscitato innumerevoli analisi e commenti, stimolati anche da quanto dichiarato dallo stesso Merz: “il Governo federale fornirà tutte le risorse finanziarie necessarie alla Bundeswehr per diventare il più forte esercito convenzionale d’Europa” (leggi su Politico).

Un esame ponderato di come è destinata a cambiare la strategia militare di Berlino è stato proposto dal Foreign Policy Research Institute (leggi), secondo il quale le scelte attuali si inseriscono in un quadro già delineato da una decina d’anni. Uno sguardo più critico è quello del think tank Breugel, secondo il quale è stata persa l’occasione di puntare ad una sicurezza collettiva europea: “Purtroppo, quando si tratta di difesa collettiva, l’accento resta sulla NATO sotto la leadership statunitense. Il riarmo tedesco viene addirittura descritto come un modo per fare della Germania «un alleato militare degli Stati Uniti ancora più forte»”.

Altri osservatori non hanno mancato di analizzare gli aspetti economico/finanziari della decisione di Merz, segnalando ad esempio che “il prossimo indebitamento della Germania ha scatenato uno straordinario aumento dei rendimenti obbligazionari, soprattutto nei paesi più indebitati, come la Francia e l’Italia” (leggi l’articolo di Beda Romano sul Sole24Ore del marzo 2025).

Più recentemente, è stato un approfondimento proposto dalla Fondazione Feltrinelli a mettere in evidenza che, se il riarmo era stato pensato come uno strumento per combattere la crisi dell’industria tedesca, esso non potrà di per sé offrire una soluzione strutturale: leggi.

Parole chiave: Germania; Riarmo
 
Sostiene Maurizio Molinari in un libro del 2024 che “un elemento chiave per comprendere la strategia di Putin è l’importanza dei russofoni ovvero l’insieme delle persone di lingua e cultura russa che abitano al di fuori dei confini della Federazione” (leggi su Linkesta).

Ne erano senza dubbio pienamente convinti i leader di Estonia e Lettonia fin dal momento dell’indipendenza dopo il crollo dell’Unione Sovietica, se giunsero a negare l’accesso diretto alla cittadinanza agli abitanti di lingua russa (leggi, ad esempio, quanto scritto in merito all’Estonia sul country study della U.S. Library of Congress).

La Lettonia da parte sua, nonostante da almeno vent’anni sia oggetto di pressanti sollecitazioni da parte del Consiglio d’Europa affinché modifichi il proprio approccio nei confronti della minoranza russofona (vedi la ponderosa documentazione preparata per l’Assemblea parlamentare del CoE nel 2006), ha tuttora una consistente quota di abitanti (russofoni) privi di cittadinanza e quindi esclusi dal voto.

Tale situazione si riflette anche nei risultati della tornata elettorale del 3 ottobre scorso, in seguito alla quale nel prossimo Parlamento di Riga non ci saranno partiti che rappresentino la minoranza di etnia e/o lingua russa: leggi su Focus Europe in merito all’esito delle elezioni e leggi sul sito del Carnegie Endowment for International Peace un’analisi del significato politico di questo contesto.

Rimangono intanto sullo sfondo le parole pronunciate da Vladimir Putin ai tempi della presa di controllo della Crimea: “Vorrei che fosse chiaro a tutti: questo paese continuerà a difendere attivamente i diritti dei russi, i nostri connazionali all’estero, usando l’intera gamma dei mezzi a disposizione, da quelli politici ed economici alle operazioni condotte ai sensi del diritto internazionale umanitario e del diritto all’autodifesa”, leggi sull’Atlantic Council.
 
Parole chiave: Lettonia; Russofoni; Elezioni
 
Mentre il Presidente Vučić si è dimesso per potersi candidare alle elezioni politiche come leader del Partito Progressista Serbo (SNS) e puntare quindi (certo della vittoria) alla carica di Primo ministro (applicando “una tattica simile a quella che usò il presidente russo Vladimir Putin tra il 2008 e il 2012, quando si fece nominare primo ministro e lasciò il posto di presidente a Dmitrij Medvedev, in un avvicendamento programmato”, come ha scritto Il Post – leggi), la Serbia continua ad essere osservata con preoccupata attenzione dalle cancellerie europee – leggi il documentato articolo di Euronews.

Tra i motivi che hanno ulteriormente accentuato dubbi e perplessità in merito alla proclamata fede europeista delle Istituzioni di Belgrado (ancora nell’aprile scorso, in un incontro con il Commissario Brunner Vučić aveva dichiarato che “l’adesione all’UE resta una scelta strategica della Serbia e una delle sue principali priorità in politica estera” – leggi sul sito filogovernativo NewsMax Balkans) spicca quanto accaduto in occasione dei funerali di Ratko Mladić. Come ha scritto SkyTG24, “La presenza dello Stato serbo alla cerimonia è stata garantita da un picchetto d’onore di militari che ha affiancato in chiesa la bara di Mladić”.

Alla cerimonia hanno preso parte numerosi ministri nonché il figlio del Presidente, Danilo Vučić (leggi).

La pompa con cui si è celebrato il funerale è stata condannata dalle Istituzioni di Bruxelles e da molti leader europei (leggi su European Western Balkans).

Chi invece ha tardato molto prima di prendere posizione sull’accaduto è stato il PPE, che solo con tre settimane di ritardo ha espresso una condanna formale (leggi sul sito del partito), comprensibilmente imbarazzato dal fatto che l’SNS è uno dei partiti extra-UE associati al PPE, seppure sottoposto a una procedura interna di revisione.
 
Parole chiave: Serbia; Funerale Mladić; PPE
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