L’unica delle sei repubbliche federali della Iugoslavia che riuscì ad accedere pacificamente all’indipendenza fu, nel 1991, la Macedonia. Sin dall’inizio tuttavia fu confrontata all’ostilità dei suoi vicini, a cominciare dalla Grecia per la quale il nome “Repubblica di Macedonia” era inaccettabile in quanto poteva lasciar supporre rivendicazioni territoriali nei confronti dell’omonima regione greca. Così il paese poté aderire all’ONU (1993) solo con la denominazione provvisoria di “ex Repubblica iugoslava d Macedonia” – leggi la pertinente risoluzione delle Nazioni unite.
Da allora il piccolo Stato di meno di due milioni di abitanti inserito nel cuore dei Balcani (leggi la descrizione sulla Britannica) non ha cessato di incontrare ostacoli sulla strada dell’adesione all’UE, pur avendo ottenuto lo status di “candidato” fin dal 2005.
Due sintetici articoli di Linkiesta (leggi) e dell’Osservatorio Balcani-Caucaso(leggi), entrambi del luglio 2022, offrono un esaudiente sunto dei principali avvenimenti succedutisi in quegli anni. Un’analisi molto più critica (con specifiche accuse di violazione dello stato di diritto) è stata pubblicata un anno dopo dal China-CEE Institute, think tank cinese con sede a Budapest (leggi) evidentemente attento a quanto avviene nei Balcani.
Da allora, lo scoglio apparentemente insormontabile per far avanzare il processo di adesione è rappresentato non tanto dai progressi nell’adeguamento normativo (leggi quanto dichiarato dal Ministro degli esteri di Skopje sull’ANSA), ma dall’opposizione, molto ideologica, della Bulgaria: leggisu Balkan Insight i dettagli dell’inizio della disputa.
Per il momento, stando alla prima dichiarazione in merito della Ministra degli esteri del nuovo governo appena insediato a Sofia, la volontà di mantenere una posizione intransigente sembra confermata (leggi su EUlive).
| Parole chiave: Macedonia del Nord; Bulgaria; Adesione |
|
|
 |
Alla fine della visita di Donald Trump a Pechino (13-15 maggio) non risulta sia stato pubblicato alcun comunicato congiunto USA-Cina. Sul sito dell’Ambasciata statunitense a Pechino è apparso uno stringato resoconto (readout) dei colloqui, con riferimenti alquanto scontati come “le due parti hanno concordato che lo Stretto di Hormuz deve restare aperto per sostenere il libero flusso di energia” (leggi).
Appena meno elusiva è stata la comunicazione da parte cinese, con il portavoce del Ministero degli esteri che ha ribadito l’auspicio di “una relazione sino-americana di stabilità strategica costruttiva, che fornisca un orientamento strategico alle relazioni bilaterali” (leggi), limitandosi così a ribadire quanto aveva affermato Xi Jinping accogliendo il Presidente americano (leggi).
Resta il fatto che nel riferire in merito ai temi concreti affrontati durante gli incontri l’asimmetria tra le fonti è significativa. Sull’Iran, ad esempio, “Trump ha detto che entrambi i leader concordano sul fatto che la guerra debba finire e che Xi ha accettato di non fornire equipaggiamento militare a Teheran. Pechino non ha annunciato alcun cambiamento nella sua postura”, come ha osservato il Council on Foreign Relations (leggi).
Tra i tanti tentativi di decifrare gli effettivi risultati del vertice, è interessante l’analisi proposta da una testata conservatrice dell’America profonda come il Deseret News dello Utah, secondo il quale “la Cina non punta a fare lo sgambetto agli Stati Uniti – ha tratto enormi vantaggi dall’ordine mondiale esistente. Vuole preservarlo e venire riconosciuta come protagonista di quell’ordine”. E vuole la “giusta parte della torta” (leggi). Quanto la Cina sia consapevole della propria forza e quanto confidi nella propria visione strategica è sottolineato da un articolo pubblicato sul sito della Radiotelevisione svizzera da un giornalista (Lorenzo Lamperti) residente a Taipei (leggi).
Molto utile per comprendere il quadro globale in cui si è svolto l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping è un testo dell’ex Commissario europeo Thierry Breton, apparso su Le Grand Continent alla vigilia del viaggio (leggi) con il titolo evocativo “Il grande sganciamento è iniziato”.
| Parole chiave: Cina; Stati Uniti; Vertice |
|
|
 |
Commentando il primo anniversario del secondo mandato di Trump, un editoriale de Il Foglio sosteneva che “la deriva” del Presidente americano “ha avuto un «effetto freno» sull’evoluzione estremista della destra antisistema, [mentre] ha costretto la destra più europeista a mettere in luce il proprio volto moderato” (leggi).
Una tale opinione impegnava ovviamente solo chi l’aveva sostenuta (Claudio Cerasa); ma resta il fatto che, spesso spiazzate del movimento MAGA, le forze di destra europee sono state costrette a ripensare e reinterpretare la loro politica. Ne è dimostrazione il fiorire di incontri e dibattiti che si sono succeduti negli ultimi mesi, in particolare gli “Study days” del Gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (ECR), organizzati a Roma nel dicembre 2025 (leggi sul Decode39, sito satellite di Formiche.net) e a Vilnius pochi giorni orsono (leggisul sito del Gruppo ECR). Alcune indicazioni di rilievo sul lavoro di riposizionamento ideologico, segnatamente nel rapporto con l’Unione europea, emergono da un’intervista di Formiche.net all’eurodeputato di FdI Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo ECR.
Le affermazioni di Procaccini (“difendiamo l’idea originale e fondativa dell’Unione europea di una confederazione di Stati nazionali […] non per fare tutto o ridurre gli Stati nazionali a degli enti amministrativi” – leggi) si collocano nell’alveo della nuova strategia delle destre sovraniste continentali, già colta da Affari Internazionali nell’estate 2025 in un articolo intitolato “Difendere l’Europa dall’UE” – leggi.
Tutte queste considerazioni sono in qualche modo riprese e reinterpretate da una prospettiva politica diversa nell’interessante analisi di Libertà Uguale, associazione presieduta da Enrico Morando – leggi.
| Parole chiave: Unione europea; Destra; Ideologia |
|
|
 |
|
Nella storia moderna (e forse sempre nella Storia), ogni riassetto dell’ordine mondiale è stato l’esito di vicende belliche drammatiche e devastanti e della convinzione-illusione dei vincitori di aver creato le premesse per una stabilizzazione definitiva dei rapporti internazionali – leggi la recensione del saggio “Disordine mondiale” di Manlio Graziano (Mondadori 2024) su Pandora Rivista. Difficile immaginare oggi quali saranno i vincitori di quella che – profeticamente – Papa Francesco aveva definito “la terza guerra mondiale a pezzi” (leggi sul sito della Chiesa di Milano). Ma è evidente che siamo ormai nella fase in cui, secondo l’abusata citazione gramsciana, “il vecchio muore e il nuovo non può nascere” (leggi su World Press).
Come aveva intuito un’interessante analisi dell’ISPI dell’ottobre 2024, si assiste ad un “nuovo gioco a incastri degli allineamenti internazionali |…] con l’intreccio di sostegni incrociati, incursioni opportunistiche e alleanze ad hoc che agiscono da vasi comunicanti tra un contesto competitivo e l’altro” (leggi).
Il quadro è ben rappresentato dai BRICS e dalla crisi, evidente ma mascherata, del movimento nel momento in cui due dei suoi membri – Iran ed Emirati – si cannoneggiano. I ministri degli esteri dei BRICS si sono incontrati a Nuova Delhi il 14 e 15 maggio 2026 e nell’occasione il capo della diplomazia di Teheran ha accusato gli emiratini di coinvolgimento diretto in operazioni militari contro l’Iran (leggi l’articolo di Avvenire).
Alla formulazione delle accuse non è seguita una rottura formale o l’abbandono dell’incontro, ma nessun documento comune è stato pubblicato. L’imbarazzo del Ministero degli esteri indiano che ha organizzato l’evento è apparso evidente durante la conferenza stampa conclusiva, accessibile dal sito del Ministero stesso – vedi.
| Parole chiave: BRICS; Iran; Emirati arabi uniti |
|
|
 |
Come riferito anche dal Piccolo (leggi), da aprile è pienamente operativo il sistema EES (Entry/Exit System) per l’ingresso nei paesi Schengen, istituito dal Regolamento UE n. 2226 del 30 novembre 2017 (leggi su EURLex).
L’EES è “un sistema informatico automatizzato inteso a registrare i cittadini di paesi terzi che viaggiano per periodi di breve durata ogni volta che attraversano le frontiere esterne” dello spazio Schengen (leggi tutte le informazioni in merito sul portale dell’Unione europea).
La finalità del sistema era stata illustrata senza ipocrisie dal Ministro per la migrazione della Danimarca: “Dobbiamo fare tutto il possibile per impedire ai terroristi e ai migranti irregolari di entrare illegalmente nello spazio Schengen. È fondamentale mantenere un controllo efficace sui cittadini di Paesi terzi che entrano nello spazio Schengen” – leggi sul sito di SkyNews24.
Che la fase iniziale di applicazione dell’EES non sia stata semplicissima è sottolineato da un resoconto dell’AdnKronos (leggi) ed anche da un colorito articolo del Guardian (leggi), visto che anche i cittadini britannici sono soggetti alle procedure EES.
La situazione è stata complicata anche nei Balcani, come riferito dal Sarajevo Times – leggi. Nel frattempo, in vista dei flussi turistici estivi, alcuni Stati membri stanno considerando autonomamente la sospensione dell’applicazione del sistema: leggi l’articolo della BBC.
| Parole chiave: EES - Entry/Exit System; Schengen |
|
|
|
|
|
|
|