Nel 1994 Canada, Stati Uniti e Messico conclusero un accordo di libero scambio (NAFTA - North American Free Trade Agreement), rimasto poi in vigore per un quarto di secolo. Criticato da molti (“Barack Obama e Hillary Clinton dichiaravano che occorreva modificarlo […] Donald Trump […] durante la campagna presidenziale del 2016, lo ha definito il peggiore trattato nella storia” – leggi in uno studio dell’Osservatorio di politica internazionale del Parlamento italiano). In effetti l’accordo venne rinegoziato e il nuovo trattato entrò in vigore il 1° luglio 2020 (leggi su The Canadian Encyclopedia – curioso notare che ciascun paese firmatario lo designa in modo diverso: United States-Mexico-Canada Agreement (USMCA), Canada-United States-Mexico Agreement (CUSMA), Tratado de Libre Comercio de América del Norte(TLCAN 2.0).
Nel luglio 2026 è prevista una revisione dell’accordo, ma il clima non è dei migliori. Il differendo Canada-Stati Uniti non è circoscritto ai dazi imposti da Trump (e revocati dal Congresso – leggi il dispaccio ANSA), e sembra assumere valenze ideologiche.
Politico ha riportato le parole di un alto funzionario canadese: “Francamente, la cosa che più mi ha colpito e che credo abbia colpito tutti i canadesi, è che tanti di questi tizi dell’amministrazione Trump proprio odiano il Canada” – leggi).
In questo contesto assume crescente rilievo la vicinanza tra Canada e UE, uniti essi pure da un trattato di libero scambio (Comprehensive Economic and Trade Agreement - CETA – leggi sul sito della Commissione), giudicato molto positivamente ad Ottawa: leggi un recente discorso del Ministro per il commercio internazionale sul sito del Governo canadese.
Ecco quindi che l’“idea da fantapolitica” di un Canada nella UE (leggi su La Capitale) induce a riflettere, sui due lati dell’Atlantico, ad ipotesi concrete di collaborazione sempre più intensa. D’altra parte, il Primo ministro Carney aveva “rotto con la tradizione […] scegliendo l’Europa – anziché gli Stati Uniti – per il suo primo viaggio estero da capo del governo” e in tale occasione aveva affermato che “il Canada è il più europeo dei paesi extraeuropei” (leggi quanto scritto allora dalla CNN).
| Parole chiave: Accordi commerciali; Canada; Unione europea |
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I media vicini all’attuale Governo italiano hanno sottolineato con particolare enfasi l’agenda diplomatica di Giorgia Meloni del 7 maggio scorso, giorno in cui la Presidente del Consiglio ha incontrato in successione il vincitore delle elezioni ungheresi Péter Magyar, il Primo ministro libico Dbeibeh e il premier polacco Donald Tusk (leggi l’adulatorio articolo de Il Politico web).
L’incontro con Dbeibeh è stato dedicato alle relazioni economiche, agli investimenti nel settore dell’energia e alle migrazioni (leggi su il manifesto). Un significato politico molto più diretto hanno assunto tuttavia i colloqui con Magyar (avvenuto due giorni prima del giuramento come nuovo Capo del Governo di Budapest – leggi su RAI News) e con Tusk.
È difficile infatti che i due interlocutori di Giorgia Meloni abbiano già scordato l’uno l’esplicito sostegno a Viktor Orbán (virale lo spot elettorale disponibile su YouTube), l’altro la vicinanza e la “visione comune” con il partito Diritto e Giustizia – PiS (leggi su Notes from Poland).
Ciò nonostante, Budapest e Varsavia sembrano puntare esplicitamente ad un rapporto amichevole con Roma, evidenziando una convergenza su posizioni a dir poco “moderate”: come riferito da Formiche.net, Donald Trusk ha dichiarato che con il Governo italiano “non ci sono né conflitti di interesse, né conflitti delle idee, né conflitti dei valori” (leggi).
Proprio la convergenza valoriale indica quanto profonda sia il radicamento delle destre a livello europeo, anche presso forze politiche che pure sono uscite vincitrici dallo scontro elettorale contro partiti dichiaratamente reazionari. È il quadro che si ricava da un breve articolo de Il Foglio pubblicato dopo la sconfitta di Orbán (leggi).
Resta quanto mai valida comunque la tesi sostenuta già due anni fa da Riccardo Perissich, secondo il quale Meloni cerca di fungere da catalizzatore per le destre europee mantenendo salde “le radici culturali della retorica sovranista” – leggi su Affari internazionali.
| Parole chiave: Destre europee; Magyar; Tusk; Meloni |
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Si fanno sempre più frequenti le dichiarazioni e i commenti circa l’effettiva possibilità che Montenegro e Albania diventino, rispettivamente, il 28° e il 29° membro dell’UE. A fine aprile, in sede europea è stato deciso di costituire un gruppo di lavoro ad hoc in vista della stesura del trattato di adesione del Montenegro. Maida Gorčević, Ministra montenegrina per gli Affari europei ha subito “affermato che si tratta di un «momento storico e del passo finale verso la piena adesione del Montenegro all’UE»”, come riferito da European Western Balkans(leggi).
L’ottimismo (un po’ spavaldo) del Governo di Podgorica si era già manifestato nello scorso febbraio, quando sulla livrea degli aerei della compagnia di bandiera era stato dipinto lo slogan “28 by 28”, suggerendo che il paese sarebbe diventato il 28° Stato membro nel 2028 (leggi su EUalive).
Visto tuttavia che il processo di adesione all’UE dei Balcani occidentali dura già da più di vent’anni, un minimo di prudenza è d’obbligo. Un’analisi pubblicata ad inizio anno da Orizzonti Politici segnalava i progressi compiuti dal Montenegro, ma non nascondeva che “criticità sullo stato di diritto e la presenza di partiti filo-russi nel governo rischiano ancora di compromettere il percorso del Montenegro verso l’UE” (leggi).
Di certo dimostra prudenza la Commissaria all’allargamento Marta Kos che in un’intervista rilasciata a Il mattinale europeo nel marzo 2026 ha usato un tono molto fermo: “dobbiamo evitare nuovi cavalli di Troia nell’Unione” (leggi).
Rivolgendosi poi più recentemente al Parlamento europeo, la stessa Kos è stata molto chiara, sottolineando che il trattato di adesione del Montenegro dovrà “essere il primo di una nuova generazione” e contenere clausole di salvaguardia “in grado di proteggere la nostra Unione” (leggi).
| Parole chiave: Montenegro; Allargamento; Marta Kos |
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Menzionare il “disordine mondiale” è diventato quasi un intercalare ogniqualvolta viene abbozzata un’analisi di natura geopolitica: leggi ad esempio l’articolo di Ian Bremmer sul Corriere dell’11 maggio. Il riferimento è molto spesso alle aree in cui sono in atto conflitti bellici, ma molte sono in realtà le regioni in cui più evidente appare il “disordine”.
Una di queste è senz’altro l’Africa dove, dalla fine dell’epoca coloniale, potenze grandi e piccole hanno cercato di posizionarsi strategicamente per controllare risorse economiche e roccaforti strategiche: aveva precocemente individuato il nocciolo della questione Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana indipendente, che nel 1965 scrisse “L’essenza del neo-colonialismo è che lo Stato soggetto ad esso è, in teoria, indipendente e possiede tutte le caratteristiche esteriori della sovranità internazionale. In realtà, il suo sistema economico e dunque la sua politica sono diretti dall’esterno” – leggi sul sito del Centro studi Eurasia e Mediterraneo.
A lungo uno degli attori più presenti sul continente africano è stata la Francia, il cui ruolo è andato tuttavia scemando con la messa in questione della politica che Parigi definiva della Françafrique (leggi l’eccellente articolo su Il Tascabiledella Treccani).
Consapevole della mutata situazione, ma deciso a non lasciare campo libero alla concorrenza (in particolare russa e cinese), Emmanual Macron ha operato una scelta significativa, rilanciando la propria politica africana dal Kenia, paese anglofono – leggi su Internazionale.
La portata di questa nuova iniziativa del Presidente francese è illustrata da Africa Rivista, pubblicazione vicina agli ambienti della cooperazione (leggi).
| Parole chiave: Africa; Post-colonialismo; Macron |
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Il 4 e 5 maggio scorsi si sono svolti a Erevan, capitale dell’Armenia, due vertici istituzionali di rilievo: quello della Comunità politica europea e il primo summitbilaterale UE-Armenia (leggi tutti i dettagli sul sito del Consiglio).
Organizzati in un’ex Repubblica sovietica, tali incontri non sono palesemente stati apprezzati dal Cremlino, tanto che Vladimir Putin in persona si è espresso in proposito pochi giorni dopo: come ha sintetizzato il magazine della Treccani“Il presidente russo ha avvertito che una maggiore integrazione dell’Armenia con Bruxelles potrebbe portare a «conseguenze devastanti»”(leggi).
In verità il rapporto tra UE e Armenia è tutto da costruire. Un articolo di Notizie geopolitiche sottolinea che “Mosca considera l’Armenia una delle ultime posizioni strategiche russe nel Caucaso meridionale e teme che un allontanamento di Yerevan possa favorire la penetrazione occidentale nella regione”, mentre “Bruxelles vede nel Caucaso un’area cruciale per energia, trasporti e corridoi commerciali alternativi alla Russia” (leggi).
Il 7 giugno prossimo si terranno in Armenia le elezioni parlamentari e la scadenza “viene sempre più interpretat[a] come una scelta decisiva tra il mantenimento dell’allineamento con la Russia e una graduale integrazione con l’Unione europea” – leggi l’esaustivo quadro della situazione proposto da Focus Europe.
Non può essere tuttavia trascurato quanto la complessa personalità dell’attuale Primo ministro Nikol Pashinyan potrà incidere sulla scelta dei suoi concittadini (leggi su Affari italiani), ma soprattutto bisognerà tener conto delle mosse del grande vicino russo, che a parole si dice disposto a raggiungere “un divorzio dignitoso”, ma è pronto a sabotare qualsiasi intesa con l’UE (leggi sul sito del think tank conservatore americano Jamestown).
| Parole chiave: Armenia; Russia; Unione europea |
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