Non sarebbe possibile, per questa piccola rassegna stampa di Dialoghi europei, dar conto anche solo di una piccola parte dei commenti e delle analisi che sono apparsi sulla stampa e in rete dopo la pubblicazione del documento sulla “Strategia per la sicurezza nazionale” americana (leggi sul sito della Casa Bianca). Vale tuttavia la pena segnalare alcune stimolanti letture. Nel documento dell’Amministrazione Trump, grande attenzione è rivolta all’Europa, di cui si paventa la “cancellazione della civiltà”, nonché all’Unione europea, le cui attività “minano la libertà politica e la sovranità”.
Per ‘fortuna’, sempre secondo la ‘Strategia per la sicurezza nazionale’ “la crescente influenza dei partiti patriottici europei è motivo di grande ottimismo”. È chiaro che, con tali premesse, è difficile pensare alla sopravvivenza di un’alleanza organica come la Carta atlantica, nel cui preambolo si afferma che le Parti contraenti sono “decise a salvaguardare la libertà dei propri popoli, il proprio retaggio comune e la propria civiltà, fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali e sul predominio del diritto” (leggi il testo integrale sul sito Altalex). D’altra parte, la messa in questione della NATO non è certo un’ubbia recente del Presidente americano.
Già nel 2016, prima ancora del suo primo mandato, un articolo de Il Fogliocommentava: “l’Alleanza atlantica per come la conosciamo rischia di non avere più futuro sotto la presidenza Trump, tanto che diventa plausibile porsi una domanda poco credibile fino a pochi mesi fa: come potrebbe essere una NATO guidata dall’America di Trump? E soprattutto: come potrebbe essere la Nato senza la guida dell’America? Risposta veloce: potrebbe non esistere più” (leggi).
Dieci anni dopo c’è la sensazione che tale ‘risposta veloce’ non abbia più bisogno del condizionale. Non sono solo i proclami provocatori di Donald Trump a suggerire che l’ossatura dell’atlantismo postbellico si sta sgretolando: le opinioni del Presidente trovano humus fecondo nella destra americana. Per quanto urticante possa risultare per un lettore del vecchio continente, è interessante leggere un recente articolo di The American Conservative, intitolato “La NATO è impazzita”: leggi.
| Parole chiave: Strategia per la sicurezza nazionale; NATO |
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Il potere evocativo delle parole (“ognuna delle quali racconta una storia e genera legami di appartenenza” secondo la Treccani: leggi) è tale che l’uso di un determinato termine o di una determinata denominazione riesce a tracciare un intero quadro politico o geopolitico. Esempio illuminante ne è un articolo dell’agenzia ufficiale dello Stato turco Anadolu Ajansi nel quale, commentando l’accordo sulla delimitazione della Zona economica esclusiva (ZEE) tra Cipro e Libano, si cita la Repubblica di Cipro (riconosciuta internazionalmente e membro dell’UE – leggi la scheda su Europa.eu) come “Amministrazione greco-cipriota di Cipro sud” mentre si fa riferimento alla “Repubblica di Cipro nord” per indicare l’entità separatista costituita nel 1974 e riconosciuta solo dalla Turchia (leggi). La scelta lessicale, rispettata da tutti i media turchi, rispecchia del resto la posizione assunta da Ankara circa il fondo della questione, e cioè l’accordo raggiunto tra Nicosia e Beirut in merito alle rispettive ZEE.
Chiaro il giudizio espresso dal quotidiano Daily Sabah (“Un castello di carte sull’acqua: perché l’accordo Cipro-Libano non reggerà” – leggi), anche se analisi più ponderate non nascondo come in Turchia sia forte la preoccupazione per le implicazioni economiche e strategiche dell’intesa (leggisu Türkiye Today). Quanto quest’ultima abbia suscitato significative fratture anche all’interno della politica libanese è ampiamente illustrato da L’Orient Today: leggi. L’Italia è direttamente interessata dalla delimitazione delle ZEE cipriota e libanese in quanto l’ENI è uno dei principali attori economici del Mediterraneo orientale: leggi su Discovery Alert, sito australiano che segue il settore minerario-estrattivo.
| Parole chiave: Cipro; Libano; Zona economica esclusiva |
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Durante le abituali manifestazioni di esondante autostima, Donal Trump si compiace spesso di aver messo fine a molte guerre, e tra queste cita anche il conflitto tra Serbia e Kosovo. In realtà, quello che era riuscito ad ottenere invitando a Washington nel settembre 2020 il Presidente serbo Vučić e il Primo ministro pro temporekosovaro Hoti non era proprio la firma di una pace, ma un impegno a “procedere verso una normalizzazione economica” (leggi negli archivi dell’Amministrazione USA).
L’inciampo semantico non è sfuggito alla Reuters, che ha di recente segnalato come “cinque anni dopo, i rapporti tra Kosovo e Serbia sono ancora tesi” mentre “i [due] paesi non hanno firmato alcun accordo di pace” (leggi).
Il perdurante clima di tensione si è manifestato recentemente con una scaramuccia politico-elettorale concernete la Srpska Lista, il principale partito dei serbo-kosovari, sostenuto da Belgrado. Il 28 dicembre prossimo si terranno in Kosovo “elezioni anticipate per uscire dallo stallo politico” durato sette mesi, durante i quali non si è riusciti a formare un governo (leggi sul sito dell’Osservatorio Balcani-Caucaso).
Inizialmente, la Commissione elettorale centrale aveva escluso la Srpska Listadal voto (provocando lo sdegno del Serbian Times: leggi), solo per essere smentita pochi giorni dopo dalla Commissione elettorale per i reclami e le petizioni (leggi su Kossev.info) che ha riammesso il partito serbo.
Quanto ad Aleksandar Vučić, la sua posizione continua ad essere quella esposta lo scorso settembre alle Nazioni unite: “il Kosovo è parte inseparabile della Serbia” (leggi su alfapress).
| Parole chiave: Serbia; Kosovo; Trump |
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Nella commemorazione di Joseph Samuel Nye, morto nel maggio 2025, l’ISPIha ricordato che “Nye è […] l’autore che contribuisce a popolarizzare il concetto di ‘soft power’ e, sulla scorta di questo, quello di ‘smart power’ come «capacità di combinare hard e soft power in una strategia di successo», ampiamente utilizzato sia negli anni dell’amministrazione Clinton sia in quelli dell’amministrazione Obama” (leggi). Se – come suggerisce l’ISPI – gli Stati Uniti hanno abbandonato tale strategia con l’arrivo di Trump nel 2016, di ‘smart power’ si parla e scrive ancora molto, spesso riferendo l’espressione all’azione internazionale della Russia e della Cina (leggi sul sito della Friedrich Naumann Foundation).
Gli Stati Uniti sembrano invece ormai seguire una traiettoria autonoma: come si legge sul sito di Chatham House, “Guidato dalla convinzione che «i dazi servano a rendere di nuovo ricca l’America» [Trump] ha trasformato la politica commerciale in una possente arma economica”. In tutto questo, l’Europa sembra ‘percossa e attonita’: la sua stessa storia è basata su un concetto di ‘no power’ che dall’inizio della guerra in Ucraina non regge più.
Lo ha detto in modo molto chiaro l’ex Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza Josep Borrell in un discorso pronunciato a New York nel 2024, durante il quale ha anche affermato: “abbiamo cessato di credere nella sola virtù del ‘soft power’” (leggi sul sito del Servizio per l’Azione esterna).
Interessante osservare che, percependo le fessure che già si manifestavano tra le due sponde dell’Atlantico, pur ribadendo i buoni rapporti tra Europa e Stati Uniti, Borrell abbia scandito “L’Europa ha bisogno degli Stati Uniti, così come gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa. Siamo alleati, ma non necessariamente allineati”. L’attualità sta confermando la correttezza dell’affermazione.
| Parole chiave: Soft power; Smart power; Politica commerciale |
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Il primo anniversario della caduta del regime di Assad in Siria è stato ampiamente commentato dai media occidentali (il Guardian vi ha dedicato una serie di servizi: leggi), mentre – a prima vista – c’è stato un significativo silenzio da parte dei mezzi di comunicazione russi e cinesi, ma anche di quelli di grandi paesi del Sud globale, come Brasile e India. Si noti che, al momento della fuga di Assad nel dicembre 2024, il quotidiano India Today segnalava come il regime alawita avesse rapporti amichevoli con Nuova Dehli e in particolare come sostenesse la posizione indiana nel conflitto del Kashmir (leggi).
Quanto alla Russia, che da molti anni è uno dei principali attori sul terreno, il cambio di regime e la presa del potere da parte di Ahmed Al-Sharaa (considerato un terrorista anche da Mosca) ha obbligato il Cremlino ad un rapido adattamento della propria posizione strategica: leggi l’importante contributo proposto dall’ISPI con il titolo: “Dopo Assad: ruolo e influenza della Russia in Medioriente”.
L’importanza della Siria per la Russia è menzionata anche da Avvenire (leggi), secondo il quale “la Russia […] non rinuncerà mai alle sue basi mediterranee a Tartus” – affermazione che contrasta tuttavia con le informazioni fornite da Marine Insight, secondo le quali “immagini satellitari confermano il ritiro della Russia dalla principale base navale siriana” (leggi). Non sono queste le uniche visioni divergenti in merito alla situazione siriana: basta mettere a confronto la breve analisi de Il Post (leggi) e la corrispondenza pubblicata dal New York Times (leggibile previa iscrizione gratuita).
| Parole chiave: Siria; Russia; Base navale di Tartus |
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