Rassegna stampa, 10 Maggio 2026

10 mag 2026
 
Il 29 e 30 aprile i Ministri degli esteri dei paesi nordici e baltici (NB8 – Danimarca, Estonia, Finlandia, Islanda, Lettonia, Lituania, Norvegia e Svezia) si sono riuniti sull’isola estone di Saaremaa assieme all’Alta rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza Kaja Kallas (leggi il suo intervento sul sito del Servizio esterno dell’UE).

Se si può comprendere che fuori dalla regione il vertice abbia ricevuto scarsa attenzione, alcuni segnali politici che ne sono emersi non vanno trascurati. Innanzi tutto si osserva che, mentre altrove nel continente aumentano gli appelli a riconsiderare le sanzioni contro Mosca (l’Ungheria di Orbán e la Slovacchia erano state le più esplicite a tale riguardo – leggi il compiaciuto annuncio di Pravda Slovakia – ma anche in Italia non mancano le voci in tale senso: leggi su Fanpage), l’Europa del Nord e del Baltico si presenta come il fronte più coeso e risoluto dell’Occidente nei confronti della Russia.

Nella dichiarazione sottoscritta dai NB8 e pubblicata dal Governo svedese si legge: “Riaffermiamo il nostro impegno a mantenere e rafforzare le sanzioni contro la Russia al fine di ridurre le entrate che alimentano la sua macchina bellica”. Interessante notare altresì come nordici e baltici pur riaffermando “l’impegno per l’unità transatlantica”, non manchino di invocare “il potenziamento della produzione europea per la difensa, l’incremento della mobilità militare e il totale sostegno al ruolo complementare dell’UE nel settore della difesa” (ibidem).

Oltre all’esiziale minaccia russa, un forte elemento di coesione per i NB8 è infatti la fermezza nei confronti dell’America trumpiana, in particolare dopo le intimidazioni del Presidente statunitense con riguardo alla Groenlandia: leggisul sito del Tactics Institute.
 
Parole chiave: Paesi nordici e baltici – NB8; Russia; Stati Uniti
Proprio nei giorni in cui Giuseppe Dentice è stato ospite di Dialoghi europeiper parlare di Medioriente (riascolta la conferenza sul sito della nostra Associazione), Aspenia online ha pubblicato una sua articolata illustrazione della situazione nel Corno d’Africa e nella regione circostante.

Anche se incentrato in particolare sul Somaliland, l’articolo chiariva sin dall’incipit che il problema interessava tutta l’area dal mar Rosso all’Iran: “Il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, nel dicembre 2025, ha introdotto un nuovo fattore di instabilità nei fragili equilibri geopolitici e di sicurezza tra Mar Rosso e Golfo Persico” (leggi).

Sebbene l’attenzione dei media sia in gran parte concentrata sugli eventi bellici nel Golfo Persico e nello stretto di Hormuz, anche il Mar Rosso e il Bab el-Mandeb che vi dà accesso sono fonte di preoccupazione.
Ha scritto Vatican News il 28 marzo scorso: “Oltre la metà dei quantitativi di greggio in transito quotidianamente da qui [lo stretto Bab el-Mandeb - NdC]sono diretti all’Europa. Il Vecchio Continente è molto più esposto al rischio di una chiusura di questo Stretto rispetto a Hormuz, dove più del 75 per cento del petrolio è destinato ai mercati asiatici” – leggi.

Come segnalato dal citato articolo di Giuseppe Dentice, un Somaliland di fatto alleato di Israele si trova a svolgere un ruolo geopolitico di primo piano. Secondo EUNews, “le relazioni diplomatiche tra Israele e Somaliland sono tali da indurre lo Stato ebraico a considerare di installare basi militari sul corno d’Africa, ipotesi che fa infuriare gli Stati della regione e l’Unione africana” – leggi.

La complessità della situazione, la molteplicità di interessi coinvolti e le priorità di un gran numero di attori sono presentate in modo organico in un ampio articolo pubblicato il 20 aprile scorso sul Times of Israel (leggi).
 
Parole chiave: Somaliland; Golfo Persico; Mar Rosso
 
Gli strepitanti annunci di Donald Trump circa l’intenzione americana di disimpegnarsi progressivamente dall’Alleanza atlantica, in primo luogo riducendo il numero di militari statunitensi di stanza in Europa, hanno indotto vari analisti a preconizzare la fine della NATO. Ha scritto la piattaforma di notizie The Week: “Se gli altri paesi membri «non possono fidarsi» del fatto che gli Stati Uniti rispetteranno l’Articolo 5 del trattato – il patto di difesa reciproca – allora l’alleanza è «già fondamentalmente rotta», ha scritto il politologo Ian Bremmer su X. Appena il patto di difesa reciproca viene «messo in discussione», la NATO «perde la propria efficacia»” - leggi.

È evidente tuttavia che se il ritiro di qualche migliaio di soldati dal territorio europeo ha una fortissima valenza politica, dal punto di vista operativo esso può essere verosimilmente assorbito. Ha scritto Euronews: “i pianificatori militari tendono a minimizzare l’impatto che almeno cinquemila militari statunitensi in meno avranno sull’assetto di sicurezza dell’Europa, alla luce della natura mutata della guerra, che dipende meno dai soldati e più da tecnologia e armamenti avanzati” (leggi).

Inoltre, va sottolineato che la rete infrastrutturale della NATO beneficia del contributo di tutti i membri, come dimostra anche l’accordo siglato a fine2025 da Bulgaria ed Italia per “la costruzione e la gestione congiunta di una […] base capace di ospitare fino a 3.000 uomini, pensata per ancorare stabilmente la presenza italiana come nazione quadro del gruppo tattico multinazionale della NATO in Bulgaria” (leggi su Linkiesa).

Il citato “gruppo tattico” integrerà contingenti di Albania, Bulgaria, Grecia, Macedonia del Nord, Montenegro, Romania e Turchia ed interagirà con quello francese schierato in Romania, così da costituire “un nodo logistico permanente per il fianco meridionale dell’Alleanza” (ibidem), senza contributi diretti statunitensi.
 
Parole chiave: NATO; Disimpegno USA; Strutture operative
 

C’è un curioso parallelismo tra le traiettorie politiche dell’ungherese Viktor Orbán e del serbo-bosniaco Milorad Dodik – entrambi partiti come moderati filo-occidentali e trasformatisi in nazionalisti anti-europei. Il primo, come scrive Euronews, “è passato da attivista studentesco liberale a paladino dell’«illiberalismo», in una delle reinvenzioni politiche più clamorose dell’Europa post-comunista” (leggi); il secondo, che nel 1998 era stato “descritto a Washington come una «boccata d’aria fresca» anti-nazionalista nel caotico contesto bosniaco segnato dal genocidio”, […] “nel 2001, dopo aver perso le elezioni presidenziali nella Republika Srpska, […] cambiò rotta, reinventandosi come duro nazionalista e secessionista” (leggi sul sito della National Public Radio).

Attualmente entrambi sono finiti ai margini della vita pubblica, ma con una differenza significativa. Orbán, sconfitto alle elezioni, ha rinunciato anche al proprio seggio in Parlamento, per concentrarsi sulla riorganizzazione del partito Fidesz (leggi su Upday News); Dodik, interdetto da ogni incarico politico per disubbidienza alle delibere dell’Alto rappresentante internazionale in Bosnia-Erzegovina, è riuscito a far eleggere come suo successore alla Presidenza della Republika Srpska il suo sodale Siniša Karan, dichiarando spavaldamente “Volevano destituirmi con un processo politico truccato, ma adesso si ritrovano con due Dodik, che vedranno ogni giorno” (leggi sul sito marcatamente filorusso Stratpol).

Ciò nonostante, il filo che lega il destino dei due politici nazionalisti sembra resistere alle diverse fortune elettorali. Un bell’articolo dell’Osservatorio Balcani-Caucaso osserva che: “A differenza del periodo precedente, in cui Budapest ha spesso funto da “ponte” per alleviare la pressione esercitata da Bruxelles sugli attori politici dei Balcani occidentali, la nuova configurazione politica in Ungheria potrebbe portare ad un approccio più deciso e coordinato dell’UE nei confronti della Bosnia-Erzegovina. Tale approccio potrebbe incidere anche sugli equilibri politici interni alla BiH” (leggi).

È dedicato alla situazione nell’entità serbo-bosniaca anche un breve studio appena pubblicato dal CeSPIleggi.

Parole chiave: Bosnia-Erzegovina; Republika Srpska; Milorad Dodik
 
Nel panorama politico europeo contemporaneo, la sinistra non è scomparsa. È ancora presente, governa in alcuni Paesi dell’Unione, mantiene un peso rilevante nel Parlamento europeo. Eppure, osservandola nel suo insieme, emerge una sensazione difficile da ignorare: quella di un campo politico frammentato, incerto e spesso incapace di trasformare le proprie idee in una direzione comune in grado di convincere l’elettorato”: con queste impietose parole inizia uno stimolante articolo pubblicato nel marzo scorso dall’associazione del terzo settore Attivanza, dedicato a “Le sinistre europee tra divisioni e crisi di identità” (leggi).

Quasi a sfidare tale crisi di identità, il 17 e 18 aprile 2026 si è tenuta a Barcellona la “Global Progressive Mobilisation”, un incontro cui hanno partecipato oltre tremila rappresentanti della sinistra di tutto il mondo: leggi sul sito dell’evento. Nel commentare la manifestazione (anche con non poche osservazioni critiche) la rubrica Appunti di geopolitica ha posto in rilievo come uno degli elementi più interessanti del summit sia stata “la connessione con la regione latinoamericana e il tentativo di guardare alla sua esperienza progressista come fonte di ispirazione politica per la sinistra globale”.

I due principali protagonisti dell’evento sono stati infatti lo spagnolo Pedro Sánchez e il brasiliano Lula da Silva dai quali è venuto l’invito affinché “la sinistra ritorni a fare la sinistra, con orgoglio, e senza perdersi nella ricerca di una «terza via» per presentarsi come più competitiva” (leggi).

Che il momento sia forse venuto per l’avvio di un dibattito concreto circa le future strategie della sinistra è suggerito sia da alcuni (timidi) segnali elettorali (leggi su Al Jazeera), sia dal moltiplicarsi di analisi e riflessioni, come quelle accolte ad inizio anno su Pubblico, newsletter della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli: leggi.
 
Parole chiave: Sinistra; Crisi; Identità
 

 

Condividi

Leggi anche