Rassegna stampa, 1 Giugno 2026

1 giu 2026
La visita di stato del Presidente americano a Pechino dal 13 al 15 maggio 2026 è stata sotto i riflettori della stampa e di tutti i mezzi di comunicazione mondiali.

Gli articoli hanno spaziato dai resoconti più mondani (leggi sull’AdnKronos il dettaglio della cena ufficiale) alle riflessioni strategiche (leggi su La Stampal’intervista con Henry Huiyao Wang, presidente del think tank non governativo cinese Center for China and Globalization).

Forse esasperate dalle iperboli trumpiane, molte fonti hanno optato per toni asettici, come ha fatto CBSNews, sobria nel descrivere gli incontri, pur titolando “Al vertice in Cina, Trump vanta «fantastici accordi commerciali» con Xi” – leggi.

Ciò che sembra mancare tuttavia è un’analisi più ideologica del vertice, soprattutto considerando che, se Donald Trump è l’epigono di un capitalismo affarista (a nessuno è sfuggita il seguito di imprenditori associato al viaggio a Pechino – leggi sul Sole24Ore), Xi Jinping oltre ad essere Presidente della Repubblica è anche Segretario generale del Partito comunista cinese, ruolo che interpreta con grande convinzione.

Nell’ampia recensione di due testi pubblicati nel 2024 sul leader cinese, scrive The Wire China: “Non c’è dubbio che […] Xi attinga profondamente alle idee del marxismo classico. Come i leader del PCC che lo hanno preceduto, Xi non vede la storia, ma la Storia – un grandioso movimento hegeliano di eventi che avanza inesorabilmente verso il Progresso” (leggi).

Tra le poche fonti che hanno colto la contrapposizione ideologica nell’incontro Xi-Trump c’è il conservatore The Washington Times, che ha ricordato come “in un manuale del PCC firmato da Xi [si affermi che] «l’ideologia e il sistema sociale del nostro Stato sono incompatibili con l'Occidente. Questo fa sì che la nostra lotta e il nostro confronto con i paesi occidentali sia irrisolvibile»” – leggi.
 
Parole chiave: Cina; Capitalismo; Marxismo
L’allegato 10 degli Accordi di Dayton (novembre 1995) che hanno portato alla fine della guerra in Bosnia, ha istituito l’Ufficio dell’Alto Rappresentante (OHR), un’istituzione internazionale ad hoc responsabile della supervisione dell’attuazione degli aspetti civili degli Accordi stessi (leggi sul sito dell’OHR).
L’Alto Rappresentante (AR), nominato dalla comunità internazionale, doveva essere essenzialmente un coordinatore e facilitatore, ma anche un decisore di ultima istanza in caso di dispute.

Nel 1997 i poteri dell’AR furono estesi, e da allora includono la facoltà di rimuovere funzionari eletti o nominati e di imporre leggi con decreto, scavalcando le istituzioni locali (leggi nell’ampia ricerca pubblicata su Forum Costituzionale, in part. la nota 44).

Nel tempo, le critiche al conferimento di poteri tanto significativi ad un funzionario non eletto sono aumentate: anche la Commissione di Venezia ha ricordato che “i poteri d’emergenza devono cessare quando viene meno l’emergenza che ne ha originariamente giustificato l’utilizzo” (citato sul sito Verfassungsblogleggi).

In particolare, “da anni Mosca contesta la legittimità dell’istituzione dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante, sostenendo che renda la Bosnia un protettorato internazionale e non uno Stato sovrano” (leggi su Linkiesta un articolo relativo alla nomina dell’attuale AR, il tedesco Christian Schmidt, avvenuta nel 2021).

Dopo innumerevoli scontri con i vertici di varie Istituzioni bosniache e segnatamente con il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, vicinissimo a Mosca, il 10 maggio scorso Schmidt ha annunciato il ritiro (leggi il comunicato ANSA).

Hanno tra gli altri ben analizzato la situazione e le prospettive che ora si aprono Balkan Insights (leggi) e l’ISPI (leggi), mentre aumentano le voci che chiedono l’abolizione della funzione di AR – leggi l’Agenzia Nova.
 
Parole chiave: Bosnia; l’Ufficio dell’Alto Rappresentante (OHR); Schmidt
 
Come tutti gli autocrati (leggi su The Conversation quanto scritto a proposito di Trump), Aleksandar Vučić ha bisogno di compensare il deficit democratico del proprio potere individuando nuovi e vecchi nemici e ponendosi sempre al centro dell’attenzione.

Rientrano in questo schema tanto le veementi parole usate dal presidente serbo per far sapere che non avrebbe partecipato alle celebrazioni per il ventennale dell’indipendenza del Montenegro (leggi su European Western Balkans), quanto l’apparato propagandistico che ha accompagnato la sua visita di Stato a Pechino (leggi sul sito dell’emittente belgradese B92 – un tempo indipendente ora vicina al partito di governo).

L’importanza del viaggio di Vučić in Cina non va tuttavia sottovalutata.
Nel giro di pochi giorni si sono succeduti a Pechino Donald Trump, Vladimir Putin, il presidente pakistano Shehbaz Sharif e, appunto, Aleksandar Vučić: un’indicazione molto chiara del rilievo che riveste per Xi Jinping un rapporto privilegiato con un paese europeo molto ben disposto nei confronti della cooperazione con la Cina pur essendo un candidato all’adesione all’UE (leggisul sito kosovaro The Geopost).

Interessante notare la scelta delle parole dell’agenzia Nuova Cina che ha scritto di “profonda logica storica” alla base dell’amicizia tra Cina e Serbia – leggi.

Dietro alla “logica storica” è tuttavia evidente la portata degli interessi economici, infrastrutturali e strategici di Pechino in Serbia, come riassunto dal sito svizzero La Regioneleggi.
 
Parole chiave: Serbia; Cina; Cooperazione
 

Quasi tre anni prima di scatenare l’attacco all’Ucraina, Mosca aveva deciso di “semplificare le procedure di richiesta del passaporto per i cittadini delle Repubbliche autoproclamate di Doneck (sic) e Lugansk”, come riferito dal sito cattolico In Terrisleggi.

La decisione si inquadrava evidentemente in una strategia (“passaportirovka” o passaportizzazione) volta a “spingere i residenti delle regioni occupate dell’Ucraina ad accettare la cittadinanza russa quale parte del programma di consolidamento dell’autorità [russa]”, secondo una ricerca pubblicata dall’Università di Yale (leggi; un sunto è stato proposto dal Corriere del Ticino(leggi).

Che di strategia si tratti e non di una misura estemporanea appare sempre più evidente.
Poche settimane fa la Duma ha approvato una legge che “autorizza il Cremlino a impiegare le forze armate all’estero per proteggere i propri cittadini”, conferendo de facto “a Vladimir Putin la facoltà giuridica di intervenire militarmente oltre i confini nazionali ogni qualvolta un russo sia ritenuto vittima di persecuzione politica straniera” – leggi l’articolo sul Giornale Diplomatico che contiene anche alcune interessanti considerazioni concernenti il Kazakhstan e la Georgia.

Parallelamente, la diplomazia russa si sta muovendo su un terreno affine, manifestando l’intenzione di rivolgersi alla Corte Internazionale di Giustiziaaccusando i Paesi baltici di violare i diritti della popolazione russofona: leggiquanto riferito dalla TASS. Commenta questa notizia fornendo alcuni significativi dettagli Focus Europe (leggi).

Parole chiave: Russia; Russofoni; Paesi baltici
 
Intervenendo da remoto all’evento organizzato dalla Camera di Commercio di Trieste e Gorizia il 26 maggio scorso (leggi il programma sul sito camerale), l’ambasciatore Francesco Talò, inviato speciale per il corridoio IMEC, ha affermato che “l’IMEC ora deve cambiare […]. Ragioniamo in termini di rete, per connettere India, Arabia, Egitto e il nostro mare” (Il Piccolo del 27 maggio, non disponibile in libera lettura).

Interessante notare che dopo un periodo iniziale in cui la “via del cotone” era considerata come un’alternativa alla “via della seta” (leggi l’annuncio dell’iniziativa su Trasporto Europa) si è rapidamente fatta strada una lettura che vede le due rotte come complementari: di “rete” parla anche un esauriente studio dell’European Council on Foreign Relations, secondo il quale “gli europei dovrebbero considerare l’IMEC come un’opzione aggiuntiva a lungo termine rispetto alle attuali rotte commerciali. Dovrebbero inoltre fare pressione affinché il corridoio si trasformi in una rete” (leggi).

Non vanno poi trascurati i vari “corridoi” terrestri che storicamente collegavano l’Europa e l’Oriente, in particolare attraverso il Caucaso: ricca di informazioni in merito è la ricerca pubblicata dall’ISPI nel 2023 – leggi.
A qualsiasi possibilità di aprire o consolidare rotte commerciali si è sempre dimostrato sensibile Donald Trump, che con iniziative in equilibrio tra la geopolitica e gli affari sta operando con la solita assertività anche nella regione caucasica.

Come riferito da EUalive, “gli Stati Uniti e l’Armenia hanno firmato un importante accordo quadro per sviluppare la «Trump Route for International Peace and Prosperity» (TRIPP) […] mentre Erevan prosegue il suo riorientamento strategico allontanandosi da Mosca” – leggi.

Cosa rappresenti in concreto il TRIPP e quale sia la sua valenza strategica è descritto da Borsa&Finanza: leggi.
 
Parole chiave: IMEC; Corridoi logistici; Armenia
 
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