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Quasi tre anni prima di scatenare l’attacco all’Ucraina, Mosca aveva deciso di “semplificare le procedure di richiesta del passaporto per i cittadini delle Repubbliche autoproclamate di Doneck (sic) e Lugansk”, come riferito dal sito cattolico In Terris – leggi.
La decisione si inquadrava evidentemente in una strategia (“passaportirovka” o passaportizzazione) volta a “spingere i residenti delle regioni occupate dell’Ucraina ad accettare la cittadinanza russa quale parte del programma di consolidamento dell’autorità [russa]”, secondo una ricerca pubblicata dall’Università di Yale (leggi; un sunto è stato proposto dal Corriere del Ticino(leggi).
Che di strategia si tratti e non di una misura estemporanea appare sempre più evidente. Poche settimane fa la Duma ha approvato una legge che “autorizza il Cremlino a impiegare le forze armate all’estero per proteggere i propri cittadini”, conferendo de facto “a Vladimir Putin la facoltà giuridica di intervenire militarmente oltre i confini nazionali ogni qualvolta un russo sia ritenuto vittima di persecuzione politica straniera” – leggi l’articolo sul Giornale Diplomatico che contiene anche alcune interessanti considerazioni concernenti il Kazakhstan e la Georgia.
Parallelamente, la diplomazia russa si sta muovendo su un terreno affine, manifestando l’intenzione di rivolgersi alla Corte Internazionale di Giustiziaaccusando i Paesi baltici di violare i diritti della popolazione russofona: leggiquanto riferito dalla TASS. Commenta questa notizia fornendo alcuni significativi dettagli Focus Europe (leggi).
| Parole chiave: Russia; Russofoni; Paesi baltici |
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