Rassegna stampa, 3 Maggio 2026

3 mag 2026
Il sito del Consiglio dell’Unione europea ospita una bella sezione dedicata alla “Dichiarazione di Schuman” (accedi), il testo con il quale il 9 maggio 1950 il Ministro degli Esteri francese Robert Schuman annunciò la creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, primo nucleo della futura Unione europea.

Impressionante per la sua attualità nell’odierno contesto planetario è l’incipitdella Dichiarazione: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano” (il testo integrale è disponibile sul sito succitato).
Per il momento, alcuni eventi istituzionali previsti per celebrare il prossimo anniversario della Dichiarazione lasciano qualche dubbio quantomeno circa gli “sforzi creativi” degli organizzatori (si legge ad esempio sul sito del Parlamento europeo: “in Piazza del Campidoglio si terrà l’evento «Luci d’Europa», alla presenza della Presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola e di altri rappresentanti istituzionali. La serata sarà arricchita da interventi artistici e musicali e sarà condotta da noti volti della televisione e dei social media”). Avvicinandoci al 9 maggio tuttavia, non mancano le analisi che si interrogano sul futuro dell’Europa con qualche intento “creativo”.

L’americano Institute for Policy Studies ha appena pubblicato un articolo intitolato “Dove mai sta andando l’Europa?” nel quale l’autore si chiede – dalla sua prospettiva d’oltreoceano – quali spazi abbia oggi la sinistra in Europa (leggi).

Di altro spessore è la ricerca pubblicata da Aspenia online l’8 aprile scorso.
Vi si legge tra l’altro: “La questione più profonda non è se l’UE abbia bisogno di una maggiore integrazione – la necessità è evidente –, ma se essa sia in grado di creare uno spazio politico comune in cui il dissenso non si traduca automaticamente in disgregazione”.
Riecheggiano le parole della Dichiarazione di Schuman: “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”.
 
Parole chiave: Festa dell’Europa; Dichiarazione Schuman
Il sollievo manifestato da Bruxelles per la sconfitta elettorale di Viktor Orbán (“von der Leyen euforica” ha titolato la testata online Openleggi) è stato ridimensionato solo una settimana dopo, quando a vincere le elezioni in Bulgaria è stato l’ex Presidente Rumen Radev, militare trasformatosi in politico che “non ha mai nascosto un suo occhio di riguardo nei confronti della Russia”, come ha sottolineato l’Osservatorio Balcani-Caucaso - leggi.

Citando Die Welt, l’agenzia Agenparl ha scritto: “a Bruxelles cresce il timore che Radev possa diventare un nuovo elemento di frizione all’interno dell’UE, simile al primo ministro ungherese Viktor Orbán” – leggi. Ancora più esplicito è stato un articolo pubblicato sul sito economico Firstonline che commenta: “La vittoria di Radev suscita timori nell’Unione europea per le sue posizioni euroscettiche e per la sua linea giudicata troppo morbida verso Mosca. Dopo l’uscita di scena di Orbán in Ungheria, la Bulgaria guidata da Radev rischia ora di trasformarsi in una nuova spina nel fianco orientale dell’Unione e della Nato” - leggi.

Le analisi più attente non rinunciano tuttavia a mettere in rilievo le differenze tra il caso ungherese e quello bulgaro. Ne è un esempio l’articolo apparso sul sito di area liberal-riformista Italypost, nel quale si insiste sul fatto che, essendo ormai integrata nell’eurozona, la Bulgaria avrebbe margini di manovra molto ridotti qualora intendesse contrastare le politiche europee. “Con l’adesione alla moneta unica, opzione che l’Ungheria finora non ha mai considerato, un’eventuale sospensione dei fondi comunitari alimenterebbe i dubbi sulla tenuta di un’economia appena integrata nell’unione monetaria, inasprendo le maglie del controllo esercitato dalla Commissione e dalla Banca centrale europea” – leggi.

Può essere infine utile ricordare come i capi di Stato e di Governo “ricattati” dal veto di Orbán abbiano ultimamente lasciato intendere che certe manovre da parte di alcuni paesi potrebbero lasciare il tempo che trovano.
Ad esempio, il Primo ministro belga Bart De Wever aveva dichiarato che anche in presenza del veto, “von der Leyen […] disponeva di soluzioni per proseguire il sostegno finanziario all’Ucraina”: leggi sul sito della radiotelevisione belga RTBF.
 
Parole chiave: Viktor Orbán; Ruman Radev; Bulgaria
 
A un anno dalla fine del suo mandato (e forse della sua vita pubblica – leggi sul Corriere), il Presidente francese Emmanuel Macron sta cercando di dare concretezza alla propria eredità politica, in particolare promuovendo il progetto dell’autonomia strategica europea, a lui caro da tempo (leggi un articolo de Il Post del 2023).

Rientrano probabilmente in tale ambito le iniziative di Macron riguardanti Cipro, dove ha effettuato – in concomitanza con il Consiglio europeo informale del 23 e 24 aprile – la prima visita ufficiale di un Capo di Stato francese dal 1960 (leggi sul sito del quotidiano cipriota KNews).

Già ad inizio marzo, quando erano stati intercettati due droni iraniani lanciati verso la base britannica di Akrotiri, il Presidente francese aveva affermato che “un attacco a Cipro è un attacco all’Europa” (leggi su Il Foglio).

Ha ora fatto un passo ulteriore, ribadendo la funzione strategica dell’accordo franco-cipriota del dicembre 2025 (leggi sul sito del Governo di Nicosia), ma anche prendendo posizione su un punto diventato di assoluta attualità, relativo all’applicazione dell’articolo 42.7 del Trattato.

Si tratta della disposizione sulla “difesa collettiva” che prevede l’assistenza reciproca tra i paesi dell’UE in caso di attacco (su EUR-Lex, leggi una sintetica presentazione dell’articolo 42.7 e leggi il testo dello stesso).

In merito a tale norma Macron ha affermato che si tratta di “«una certezza assoluta» [che] non lascia spazio ad alcuna «ambiguità»”, come riferito da Borsa europea (leggi) che aggiunge: “Secondo il capo dell’Eliseo, l’articolo 42.7 dei trattati Ue [sic]è «nella sostanza più forte dell’articolo 5» del Trattato Nato”.

 
Parole chiave: Emmanuel Macron; Autonomia strategica; Articolo 42.7 TUE
 

Se la disputa tra Serbia e Kosovo viene fatta risalire alla “battaglia della piana dei merli (Kosovo Polje)” combattuta nel 1389 (leggi per memoria sul sito gariwo.net), sembra scontato che tra i paesi dei Balcani le relazioni reciproche siano sempre condizionate da una storia pressoché immobile.

È così che sui solidi rapporti di buon vicinato tra Grecia ed Albania aleggia ancora lo “stato di guerra” proclamato da Atene nell’autunno 1940 e mai revocato (i dettagli si ricavano da un articolo di BalkanWeb: leggi).

La mancata revoca è dovuta anche alle potenziali conseguenze economiche legate a risarcimenti e restituzioni di beni alla minoranza Çam, “una comunità di origine e lingua albanese, di religione a maggioranza musulmana, che per secoli ha vissuto in Grecia” (leggi in un vecchio articolo di Rivista Europae).

Ma va riconosciuto che da parte albanese il permanere dello “stato di guerra” non è considerato condizione dirimente per le relazioni bilaterali, anche se di tanto in tanto riemerge, quando eventi specifici alimentano qualche tensione (leggi su East Journal).

Questa sotterranea ambiguità si è manifestata anche nell’ambito del recente incontro tra il Primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis e il suo omologo albanese Edi Rama ad Atene (leggi su ekathimerini).

Il clima amichevole dei colloqui non è stato per nulla apprezzato dalle forze di opposizione in Albania, dove il leader conservatore Sali Berisha ha colto l’occasione per ribadire le proprie critiche a Rama.

Come ha scritto l’Independent Balkan News Agency, “per il Governo Rama, la visita in Grecia” ha “rappresentato l’occasione per promuovere un’agenda incentrata sulla cooperazione, sulla risoluzione istituzionale delle controversie e sulla convergenza economica. Per l’opposizione, invece, [ha] offerto il pretesto per mettere in discussione la credibilità e la coerenza del governo nella gestione dei rapporti con Atene” (leggi).

Parole chiave: Albania; Grecia; Balcani
 
Nel contesto della guerra israeliano-statunitense contro l’Iran, Recep Tayyip Erdoğan sembra svolgere un ruolo volutamente ambiguo: condanna gli attacchi, offre mediazione, ma non si espone abbastanza da mettere a rischio i rapporti con Washington o da provocare Israele militarmente.
Hanno inquadrato ottimamente la situazione le dettagliate analisi di fonti americane quali il think tank bipartisan Responsible Statecraft (leggi) e il pro-israeliano Jewish Institute for National Security of America (leggi).

Allo stesso tempo la Turchia cerca di consolidare alcuni rapporti bilaterali che giudica strategicamente importanti, come quello con il Regno Unito.

Dopo che il mese scorso i due paesi hanno siglato un accordo militare del valore di diversi miliardi di sterline (leggi su Market Screener), a fine aprile il Ministro degli esteri turco Hakan Fidan si è recato a Londra per firmare un “Documento quadro di partenariato strategico” – leggi la notizia su Daily Sabah.

Interessante notare come, nel linguaggio paludato del comunicato congiunto pubblicato per l’occasione dal Foreign Office (leggi), risaltino alcune preoccupate parole circa l’incertezza del momento storico, quasi a giustificare il rafforzamento della cooperazione bilaterale: “Il rapido processo di transizione globale verso un ordine internazionale multipolare e frammentato colloca il Regno Unito e la Turchia in un periodo di rischi accresciuti”.
 
Parole chiave: Turchia; Regno Unito; Partenariato strategico
 

 

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