Quando circa un anno fa Karol Nawrocki, il candidato sostenuto dal partito Diritto e Giustizia (PiS) e ben visto da Donald Trump, vinse le elezioni presidenziali polacche, il sito European Newsroom scrisse di “nuova svolta a destra della Polonia” (leggi). Da parte sua, il Guardian riferì che “il leader del PiS ed ex primo ministro Jarosław Kaczyński ha sostenuto che il risultato elettorale equivale a «un cartellino rosso» per il governo, esortando il primo ministro a dimettersi”. Il Primo ministro Donald Tusk non si dimise, ma chiese ed ottenne la rinnovata fiducia del Parlamento (leggi su Euronews).
Da allora tuttavia la coabitazione con Nawrocki è stata complicata: a pochi mesi dall’insediamento di quest’ultimo, un articolo de il Foglio segnalava che “il presidente Karol Nawrocki ha già posto il veto diciassette volte dall’inizio del suo mandato […]. Nawrocki è arrivato con un obiettivo: bloccare tutte le riforme del governo, favorire una crisi politica e mandare la Polonia a elezioni anticipate, così da cambiare la maggioranza”.
Come in altri paesi però, sembra che anche in Polonia il vento stia cambiando. L’opposizione parlamentare non fa bene al PiS che non solo – stando ai sondaggi – continua a perdere terreno rispetto alla coalizione che sostiene il governo Tusk, ma si presenta ormai profondamente diviso al proprio interno. Già nello scorso dicembre il sito (conservatore ed euroscettico) Brussels Signalaveva messo in drammatica evidenza tutte le linee di frattura in seno alla destra polacca (leggi).
Ora per certi versi la situazione pare precipitare: come scrive EastJournal, “a far particolare rumore è la spaccatura all’interno del partito: diverse fazioni hanno infatti cominciato ad attaccarsi pubblicamente sui social. Kaczyński tenta di calmare le acque minacciando di espellere gli insubordinati, ma questa situazione deriva anche dai problemi di salute e dai segni dell’età accusati negli ultimi mesi, che ne inficiano la leadership” - leggi.
| Parole chiave: Polonia; Coabitazione; Destra divisa |
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Purtroppo non capita sovente che la comunità scientifica europea segua con grande interesse e attenzione la preparazione di nuove normative UE, temendo soprattutto l’introduzione di nuovi vincoli e gravami burocratici. Molte sono per contro le aspettative in questa primavera 2026, in quanto è attesa per il secondo trimestre la pubblicazione da parte della Commissione della proposta legislativa relativa ad un “Quantum Act” (leggi l’iter del testo normativo su European Quantum Act).
La quantistica e le sue applicazioni tecnologiche non sono di certo materie che possano suscitare immediato interesse nella cittadinanza: anche una illustrazione formulata in termini “divulgativi” può risultare astrusa: “Con il quantum, saremo in grado di guardare lontano sotto terra o sotto il mare ed eseguire compiti computazionali complessi, come la modellazione di reazioni biomolecolari e chimiche” – come si legge sul sito della Commissione.
Tuttavia, non può passare inosservato che in un settore tanto d’avanguardia l’Europa riesca non solo a competere, ma addirittura a primeggiare a livello mondiale. È quanto emerge da un articolo recentemente pubblicata sul sito della BBC, nel quale si afferma che “questa è un’opportunità tecnologica per l’Europa di rimescolare un po’ le carte in termini di autonomia strategica e della nostra capacità di avere attori economici di primo piano” (leggi).
Analoga posizione è manifestata anche da Investing.com, uno dei principali portali finanziari al mondo, specializzato nell’offerta di dati e strumenti per investitori e trader (leggi). Dietro a questo esempio significativo di riconosciuta eccellenza, c’è dal 2018 il cosiddetto Quantum Flagship, un piano dell’UE dotato di 1 miliardo di euro e finalizzato proprio a sostenere il protagonismo europeo nella rivoluzione quantistica: leggi sul sito qt.eu.
| Parole chiave: Quantistica; Eccellenza europea; Autonomia strategica |
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La profonda crisi degli assetti e dei rapporti internazionali ha già prodotto un riavvicinamento – all’apparenza strutturale – tra il Regno Unito e l’Unione europea (la piattaforma UK in a Changing Europe propone la formalizzazione di una “resilience partnership” – leggi).
Ma un rafforzamento della collaborazione istituzionale con l’UE è auspicato anche da altri paesi non membri come la Norvegia e l’Islanda (cha hanno recentemente deciso di aderire ai sistemi spaziali europei – leggi sul sito della Commissione), per non parlare del rinnovato interesse per l’adesione nei Balcani occidentali (leggi il bell’articolo del Carnegie Endowment for International Peace, che non manca comunque di segnalare la complessità della situazione).
Sono segnali espliciti di come dietro alla coltrina di critiche ed attacchi, l’Unione continui ad essere percepita come sostenitrice del diritto internazionale e baluardo nella difesa dei diritti individuali: leggi l’analisi dei dati dell’Eurobarometro 2026 pubblicata da Futuro Europa.
Rimane nell’alveo di questa lettura la breve ma profonda riflessione di Giandomenico Magliano, diplomatico ed economista di vaglia, ambasciatore a Parigi 2013-2018, ripresa da Formiche.net: leggi). Esordisce il sommario dell’articolo: “La ragnatela europea odierna di intese e di formati, specie in tema di sicurezza e difesa, testimonia la complessità di coagulare un nuovo, più coeso ed autorevole, soggetto europeo nell’ordine mondiale contemporaneo, mantenendo sovranità nazionali temperate da cooperazioni bilaterali rafforzate e da assetti comunitari a geometria variabile”.
| Parole chiave: Attrattività dell’UE; Assetti istituzionali |
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Nel descrivere la distribuzione di genti e tribù nel mondo allora conosciuto, le Storie di Erodoto collocano i persiani in una posizione geograficamente strategica che, a ovest, confina e si scontra con il mondo greco-europeo e, ad est, si estende verso l’India e le regioni abitate dai popoli delle steppe. La guerra mossa all’Iran da Israele e Stati Uniti evidenzia come, a distanza di 25 secoli, l’attuale Repubblica islamica occupi ancora lo snodo principale all’interno dell’Eurasia: già nel 2015, quando l’Amministrazione Obama siglò un accordo con Teheran, il politologo Robert D. Kaplan scrisse su Time: “L’Iran gode ora di una zona d’influenza […] che si estende dal Mediterraneo ai confini dell’Asia centrale – memoria degli imperi persiani dell’antichità” (leggi).
È ovvio tuttavia che, fintanto che l’Iran è e sarà considerato una potenza ostile, le rotte di traffico tra l’Asia e l’Europa cercheranno di evitarlo. Come ha scritto il sito Ore12, “La guerra con l’Iran fa deragliare le rotte commerciali e accelera rotte alternative” (leggi).
Tra queste ultime figura evidentemente il corridoio Imec, sul quale molto sembra puntare l’Italia e in particolare la nostra Regione (leggi o ascolta sul sito del Sole24Ore quanto detto dal Ministro Tajani a Trieste il 17 marzo scorso), ma il cui progetto presenta non poche fragilità, come ricordato da Paolo Costa su IlNordEst (leggi).
Addirittura pessimista appare in ogni caso una breve analisi dell’ISPI, che giunge a chiedersi se, dopo la crisi di Hormuz, ci sia ancora un futuro per Imec: leggi.
Le stesse preoccupazioni sono alla base di un articolo dell’indiano Eurasian Times intitolato “La guerra in Iran fa deragliare le rotte commerciali indiane IMEC e INSTC: la chiusura di Hormuz gela le ambizioni di gestione logistica di Nuova Delhi” (leggi).
| Parole chiave: Iran; Guerra; Imec |
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Poco nota al grande pubblico, la Commissione di Venezia (CdV) è un organo del Consiglio d’Europa che “contribuisce in modo significativo alla diffusione del patrimonio costituzionale europeo, […] si basa sui valori giuridici fondamentali del continente, e garantisce agli Stati un «sostegno costituzionale»” assistendoli “nel consolidamento e rafforzamento delle istituzioni democratiche” (leggi sul sito della Rappresentanza Permanente dell’Italia presso il Consiglio d’Europa).
La CdV opera in modo tecnico e imparziale, il che mette i suoi pareri al riparo dalle accuse di ingerenza politica e li rende più difficili da ignorare. Ad inizio anno la Serbia aveva richiesto alla CdV un parere in merito ad una riforma dell’ordinamento giudiziario (leggi sul sito della CdV), giudicata molto negativamente da Bruxelles: “con queste riforme c’è il rischio di un «significativo passo indietro» nel percorso verso l’ingresso nell’UE” (leggi su EUNews).
La bozza del parere della CdV è stata ora inviata a Belgrado, e la presidente del Parlamento (ed ex Prima Ministra) Ana Brnabić si è affrettata a dichiarare “inizieremo immediatamente ad attuare il parere del gruppo di esperti”, come riferito dall’Agenzia Nova (leggi).
Questo specifico parere riveste un’importanza fondamentale per il processo di avvicinamento della Serbia all’Unione europea. Già a febbraio infatti la Commissaria all’allargamento, la slovena Marta Kos, aveva alzato i toni contro le nuove norme introdotte dal Parlamento serbo. Come ha scritto Market Screener (riprendendo la Reuters): “l’Unione Europea potrebbe sospendere i fondi previsti nell’ambito di un pacchetto di prestiti e sovvenzioni da 1,6 miliardi di euro destinato alla Serbia” (leggi).
Fa ora il punto della situazione un articolo di Focus Europe – leggi – mentre segue gli avvenimenti con l’abituale attenzione l’inviato de Il Piccolo Stefano Giantin – leggi sul sito IlNordEst.
| Parole chiave: Serbia; Commissione di Venezia; Unione europea |
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