Rassegna stampa, 19 Aprile 2026

19 apr 2026
 
L’idea di una “autonomia strategica europea”, di cui tanto si parla e si scrive ultimamente (la locuzione non è più appannaggio esclusivo della politica, ma è usata finanche da “tecnici” quali la Presidente della Banca europea per gli investimenti, Nadia Calviño – leggi su ItaliaOggi), trova la sua origine nel secolo scorso, con alcune scelte politiche di Charles De Gaulle, come ha – paradossalmente – sottolineato il vice-presidente statunitense J. D. Vance (leggi su Start Magazine).

Se tuttavia l’auspicio di un’autonomia strategica è stato a lungo riferito essenzialmente al campo della difesa e della sicurezza, da qualche anno il concetto è stato ampliato a settori economici più propriamente “civili”: aveva illustrato molto chiaramente il nuovo approccio un articolo pubblicato nel 2020 dalla Fondazione Compagnia di San Paololeggi.

A distanza di un lustro, quanto il discorso pubblico sull’autonomia europea sia progredito è suggerito da una riflessione di Geopolitica Info che, pur senza risparmiare critiche all’UE, evidenzia in quanti comparti l’opera di “autonomizzazione” sia ormai avviata (leggi).

Conferma questo approccio l’iniziativa della Commissione per la creazione di un’Agenzia per i servizi spaziali dell’UE destinata a “sviluppare nuove applicazioni basate su diversi componenti spaziali (applicazioni integrate), aumentandone l’utilizzo in settori strategici chiave per l’economia europea e per la resilienza e l’autonomia dell’Unione” (leggi su EURLex).
La nuova agenzia si pone in continuità con (e sostituisce) l’Agenzia del Programma Spaziale dell’Unione Europea (Euspa), assicurando in particolare la perennità dei finanziamenti (leggi la notizia sulla ADNKronos e leggil’annuncio della Commissione).

Vale la pena sottolineare che, pur rimanendo ben al di sotto dei livelli statunitensi e cinesi, in campo spaziale l’UE ha saputo ritagliarsi un ruolo non secondario.
Basti citare il successo del sistema satellitare globale di navigazione Galileo, “in grado di offrire un’accuratezza inferiore ai 10 centimetri nel posizionamento: una precisione mai raggiunta prima” (leggi sul sito dell’Agenzia spaziale italiana).
 
Parole chiave: Autonomia strategica; Agenzia spaziale UE
Nella magmatica fase di ridefinizione degli equilibri mondiali, venute meno le certezze sulle “magnifiche sorti e progressive” della civiltà occidentale democratica e tollerante, sembriamo avviati verso un ritorno a quello stato di natura in cui ogni homo è homini lupus.
È quanto teme l’ex Presidente finlandese Alexander Stubb in un libro (Il Triangolo del potere, Marsilio editore), recensito dal Corriere della Sera (leggi), in cui esprime un dubbio fondamentale: “l’America terrà fede ai valori che hanno reso grande l’Occidente?”.

Le ripetute critiche di Donald Trump alla NATO e la minaccia di uscirne “indebolisc[ono] di fatto l’alleanza, rendendola meno credibile per il futuro” (leggi su Il Post).
In questo contesto possiamo interpretare l’appello lanciato dal Primo ministro canadese Mark Carney nella sua ormai celebre allocuzione di Davos come il tentativo di creare una nuova alleanza valoriale tra medie potenze (ascolta su YouTube il passaggio fondamentale in cui afferma che “non si può «vivere nella menzogna» del beneficio reciproco attraverso l’integrazione, quando l’integrazione diventa la fonte della tua subordinazione”).

La portata di una tale proposta è analizzata dal Carnegie Endowment for International Peace (leggi). Anche se l’appello di Carney non può essere inteso come l’invito ad avviare un progetto concreto ed immediato di aggregazione di medie potenze, è interessante notare come il concetto sia già stato ripreso da leader quali il Cancelliere tedesco Merz (leggi o ascolta il servizio di Radio popolare) e, con una più ampia articolazione, dal Presidente francese Macron, in un discorso pronunciato all’Università Yonsei di Seul: leggi l’analisi proposta dallo IARI e leggi il resoconto dell’agenzia turca Anadolu.
 
Parole chiave: Mark Carney; Medie potenze; Fredrich Merz; Emmanuel Macron
 
Nel marzo 2025, riferendo in merito alla decisione dell’amministrazione Trump di chiudere l’Agenzia statunitense per la gestione degli aiuti umanitari (USAID), il sito della (governativa) Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo - AICS sottolineava come si trattasse di “una decisione con impatti ancora tutti da comprendere” (leggi).

Un anno dopo tali impatti sono diventati comprensibilissimi. Il 9 aprile scorso, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha pubblicato una raccolta di dati preliminari sul sostegno pubblico allo sviluppo, dai quali emerge che “gli aiuti internazionali dei paesi aderenti e ed associati del Comitato di assistenza allo sviluppo (DAC) sono diminuiti nel 2025 del 23,1% in termini reali rispetto al 2024, il più rilevante calo annuale nella storia degli aiuti pubblici allo sviluppo” (leggi sul sito dell’OCSE).

Un attento e preoccupato articolo di Avvenire (leggi) analizza questa situazione evidenziando come dietro la flessione si celino evoluzioni dai forti connotati politici. A parte “il drastico cambiamento di rotta americano”, il giornale cattolico sottolinea “un dato che mette in luce una distorsione profonda: nel 2025 Kiev da sola ha ricevuto più aiuti di tutti i Paesi meno sviluppati del mondo messi insieme (28,1 miliardi) e più dell’intera Africa subsahariana (29,2 miliardi)”. Si sofferma sui risvolti politici del fenomeno denunciato dall’OCSE anche Focus Europe, che mette sotto la lente il caso italiano indicando come “gli aiuti complessivi dell’Italia sono rimasti sostanzialmente stabili – ma la loro composizione racconta una storia più interessante. […] Dall’avvio del Piano Mattei, l’Italia ha compiuto una scelta strategica deliberata: allontanarsi dai canali multilaterali per assumere un controllo diretto su come e dove vengono spesi gli aiuti” (leggi).
 
Parole chiave: Aiuti allo sviluppo; USAID; Piano Mattei
 

In un articolo datato 23 febbraio 2022, il giorno precedente l’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina, Il Giornale ha pubblicato un articolo nel quale riportava, apparentemente senza ironia, il giudizio dell’allora ex-Presidente Trump su Vladimir Putin: “Putin è un genio” (leggi). Trump era (è?) convinto di godere a sua volta della stima del Presidente russo (leggi sul Sole24Ore), ma di certo quest’ultimo non si lascia condizionare da sentimenti di “amicizia” personale nel gestire i propri obiettivi.

A parte la guerra in Ucraina, uno degli obiettivi più tenacemente perseguiti dalla Russia è quello di estendere quanto più possibile la propria presenza ed influenza in Africa (leggi il dettagliato documento del Parlamento europeo), mentre Donald Trump ostenta disinteresse per il continente africano (leggi su AGC News).

Meno disinteressato pare essere tuttavia il Congresso USA, sul cui sito è appena stata pubblicata un’attenta analisi delle “Operazioni securitarie russe in Africa”. Il documento afferma esplicitamente che, vista la limitata attenzione rivolta della presidenza, della questione potrebbe occuparsene direttamente il Congresso (leggi).

Nel frattempo la Russia continua a moltiplicare le proprie iniziative in diverse regioni africane, dal Sahel (leggi sul sito di Radio France Internationale) al Madagascar (leggi su Formiche.net).
 

Parole chiave: Africa; Russia; Sahel; Madagascar
 
Se prima delle elezioni ungheresi il Primo ministro slovacco Robert Fico aveva espresso il suo pieno sostegno a Viktor Orbán (“non ho mai incontrato un sostenitore così convinto della sovranità e degli interessi nazionali del proprio Paese come Orbán” – leggi sull’ANSA), si è comunque congratulato con il vincitore Péter Magyar, dichiarandosi pronto a collaborare con il nuovo governo (leggi sulla Ukrainska Pravda).

Si tratta naturalmente di normale prassi diplomatica: parole molto simili a quelle di Fico sono state pronunciate anche da Giorgia Meloni (leggi sulla ADN Kronos).

Per il leader slovacco tuttavia, l’uscita di scena di Orbán è un evento che rischia di diventare assai problematico.
Al vertice europeo del 19 marzo scorso, Orbán e Fico avevano agito di concerto per bloccare il prestito all’Ucraina di 90 miliardi di euro (leggi su RAInews.it) e l’esito del voto ungherese ha lasciato il Primo ministro slovacco con il cerino in mano in un momento drammatico per l’economia del suo paese.

Come ha scritto un interessante articolo di Balkan Insight poco prima delle elezioni ungheresi, “nonostante gli sforzi di risanamento del governo – con aumento della pressione fiscale e soppressione di giorni festivi – la situazione finanziaria evidenzia la vulnerabilità della Slovacchia” qualora Bruxelles riducesse o congelasse il flusso di fondi europei quale reazione al deterioramento dello stato di diritto. “Secondo alcuni, il paese rischia di scivolare verso uno «scenario greco» che potrebbe costringerlo a rivolgersi all’UE con il cappello in mano […], proprio come Atene fu costretta a fare nel 2010” (leggi).

Un ritratto politico di Robert Fico, dal quale emerge chiaramente la sua visione conservatrice fondata su una sorta di realismo pessimista, è proposto da Focus Europe, in un articolo che riassume il discorso pronunciato ad un gruppo di studenti a Trenčín (leggi).
 
Parole chiave: Robert Fico; Slovacchia; Elezioni ungheresi
 

 

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