Rassegna stampa, 6 Settembre 2026

6 set 2026
Se spesso nella bella stagione le notizie di cronaca prendono il sopravvento su quelle di politica interna ed internazionale (ha brevemente analizzato il fenomeno un articolo apparso su Triestenews: leggi), non è stato così in questa torrida estate 2026, segnata da conflitti ormai incancreniti (leggi su VaticanNews), mentre è ormai prossimo un ciclo elettorale senza pari che nel giro di pochi mesi potrebbe sconvolgere molte democrazie (ne accenna in chiusura un’interessante analisi di Aspenia: leggi).

Tra gli argomenti che hanno trovato spazio figura anche il duro confronto tra USA e Canada nel quadro dei negoziati commerciali falliti clamorosamente a fine agosto: ne ha scritto l’ISPI con interessanti spunti interpretativi – leggi.

L’adozione di una posizione ferma tanto da giungere alla rottura ha acceso ancora una volta i riflettori sulla figura del Primo ministro canadese Mark Carney e sul suo approccio diretto e determinato. Ha scritto il Sole24Ore: “gli Stati Uniti di Trump - aveva spiegato Carney rifiutando le proposte di accordo dei negoziatori americani - non sono più un alleato affidabile: chiedono tutto e non sono disposti a dare niente. Dobbiamo trovare altre strade e costruire la nostra autonomia” (leggi).

Che tale autonomia posi anche sulla definizione e il consolidamento di altre alleanze è confermato dalla notizia che Carney interverrà a Strasburgo alla plenaria del Parlamento europeo di metà settembre, “ospite d’onore del dibattito sullo stato dell’Unione”, come riferito da FocusEurope (leggi).

La stessa fonte sottolinea che “secondo un sondaggio condotto da Spark Advocacy lo scorso marzo, la maggioranza dei canadesi ritiene che il Canada dovrebbe valutare l’adesione all’Unione europea”.
 
Parole chiave: Mark Carney; Stati Uniti; Unione europea
 
La crisi di Ceuta, con l’afflusso incontrollato di decine di migliaia di persone nell’exclave spagnola il 30 luglio scorso, ha avuto un effetto dirompente nell’Unione europea nonostante il fenomeno si sia auto-ridimensionato nel giro di poche ore con il rientro in Marocco della grande maggioranza di coloro che erano entrati illegalmente.
Già il giorno successivo El País segnalava la decisione italiana di “sospendere Schengen” e quella francese di quintuplicare il numero di agenti presenti alla frontiera con la Spagna (leggi).

Tuttavia l’atto politico più significativo è stato l’invio, promosso da Italia e Danimarca e sostenuto da venti altri Stati membri, di una lettera alle Istituzioni UE per chiedere la convocazione di una riunione dei ministri degli Interni (leggisul sito del Governo).

Quanto interventi e dichiarazioni di quei giorni siano stati caratterizzati da emotività e calcolo politico è stato non a caso evidenziato da un pacato articolo di un osservatore esterno come Al Jazeera: leggi.

In tale articolo (come del resto in quasi tutti quelli che hanno affrontato l’argomento) si fa riferimento alla normativa europea in materia: il regolamento di Dublino del 2013 (leggi su EURLex) e il Patto sulla migrazione e l’asilo che da quest’anno lo ha di fatto sostituito (leggi la presentazione sul sito del Consiglio).

La complessità giuridica di questi atti non ne agevola certo la lettura, tuttavia chi fosse interessato può ricavare utili indicazioni in merito ai fondamenti “ideologici” delle misure adottate esaminando in particolare i “considerando” (premesse).
Ha dedicato uno studio (2025) alla “grande riforma del diritto dell’immigrazione e dell’asilo dell’Unione europea” Fabio Spitaleri, professore associato di diritto dell’Unione europea presso l’Università di Trieste e membro del Direttivo di Dialoghi europei (leggi sulla rivista Eurojus).

Lo stesso prof. Spitaleri ha commentato per la testata Lanternaweb.it alcune dinamiche avviate dopo gli eventi di Ceuta e in particolare l’annuncio di vari Stati membri di voler riconsegnare all’Italia i cosiddetti “migranti secondari” (o “dublinanti”), richiedenti asilo che, dopo essere stati identificati e aver presentato domanda di protezione internazionale in uno Stato membro, si trasferiscono in un altro paese europeo (leggi).
 
Parole chiave: Ceuta; Schengen; Patto sulla migrazione
 
La prospettiva di un’adesione del Montenegro all’Unione europea nel 2028 sta diventando concreta. Un passo molto importante è stato compiuto con la decisione di introdurre, a partire dal 1° novembre prossimo, l’obbligo di visto per i cittadini di Turchia, Russia, Cina, Bielorussia e Arabia Saudita che desiderano entrare nel paese. T
ale decisione “rappresenta uno dei principali requisiti richiesti da Bruxelles per allineare la politica dei visti montenegrina a quella dell’Ue”, come ha scritto Euronewsleggi.

L’avvicinarsi di Podgorica all’obiettivo suscita qualche nervosismo nei Balcani occidentali, ma anche apprensioni nel governo del paese, con il Primo ministro Milojko Spajić che ha paventato possibili “azioni ibride” poste in atto da “due vicini” in concomitanza della chiusura di nuovi capitoli negoziali (leggi su European Western Balkans).

Per Balkan Insight, il dito accusatore sarebbe puntato verso Serbia ed Albania, anche se nessun riferimento esplicito è stato riportato (leggi).

Resta il fatto che effettivamente “per la prima volta dalla Brexit, l’UE ha una concreta possibilità di tornare a crescere”.
Questa affermazione è contenuta in un altro articolo pubblicato a metà agosto da Euronews (leggi), nel quale si legge anche che “Bruxelles utilizza sempre più la prospettiva di adesione all’UE come strumento di politica estera: per consolidare la propria influenza nel vicinato immediato, estendere garanzie di sicurezza che limitino il peso di potenze ostili e ancorare la stabilità in un contesto geopolitico volatile”.
Se l’analisi è corretta, si tratta di un cambiamento di paradigma fondamentale: mentre in passato erano i paesi candidati che cercavano legittimazione internazionale nell’adesione all’UE, adesso è Bruxelles a compiacersi di essere ancora percepita come una meta desiderabile, quasi cercando in questo consenso esterno una prova della propria rilevanza.

Una ricerca dell’ISPI del 2023 aveva in qualche modo anticipato questo scenario scrivendo a proposito dell’allargamento: “per Romano Prodi quello del 2004 era un necessario atto di solidarietà, per Ursula von der Leyen quello futuro assumerà anche i contorni di una strategia economica desiderata” – leggi.
 
Parole chiave: Montenegro; Adesione; Unione europea
 
 
 

La testata giornalistica The Hill, in genere ben informata su quanto avviene al Congresso statunitense, ospita interventi tipicamente bipartisan. Un articolo del febbraio di quest’anno contiene un interessante riepilogo delle posizioni prevalenti in merito al conflitto in Ucraina. Inizia con una sorta di aneddoto: “tre intellettuali entrano in un bar e guardano in TV un paese che viene invaso. Il costruttivista dice: «Dobbiamo aiutare.» Il pragmatico dice: «Dovremmo calcolare costi e benefici.» Il realista dice: «In realtà, è colpa della NATO.»” (leggi).

L’autore, docente all’Università di Amsterdam, sembra suggerire che la posizione dell’Amministrazione Trump sia molto vicina ai realisti, in quanto sposa la visione di Putin, considerato “il più grande realista di tutti”.

In verità, anche nel caso ucraino, quello cui guardano con grande attenzione gli Stati Uniti sono le prospettive di ritorno economico della ricostruzione postbellica.
Non è probabilmente per generosità che il fondo BlackRock ha offerto la propria consulenza a titolo gratuito in vista dell’attuazione dello Ukraine Prosperity Plan, un programma congiunto di Ucraina, USA, UE e G7 con cui, già nel gennaio 2026, si contava di raccogliere centinaia di miliardi di dollari per ricostruire il paese (leggi su Politico).

La complessità e l’articolazione del lavoro che dovrà essere svolto sono molto ben illustrate in un recente articolo pubblicato su l’Opinione,. Il testo, intitolato “La ricostruzione dell’Ucraina non è beneficenza”, ricorda che è sbagliata la rappresentazione di “un futuro nel quale le armi saranno finalmente silenziose, verranno firmati accordi di pace e migliaia di cantieri potranno aprire contemporaneamente in tutto il Paese”. In realtà “la ricostruzione dell’Ucraina è già cominciata. […] Non si tratta soltanto di riparare quanto è stato distrutto, ma di mantenere in funzione uno Stato” (leggi).

Parole chiave: Ucraina; Ricostruzione; Ritorno economico
 
L’instabilità politica è da lungo tempo una caratteristica dei paesi africani. Ha scritto la Compagnie française d’assurance pour le commerce extérieur che, “a partire dagli anni ‘90, in Africa si sono verificati sistematicamente più colpi di stato che nel resto del mondo” (leggi le utili informazioni al riguardo).

Tale instabilità sembra tuttavia sempre più preludere ad una presa di controllo effettivo da parte di attori esterni. Secondo il sito atuttomondo.unint.eudell’Università Internazionale di Roma, “negli ultimi vent’anni l’Africa è tornata al centro degli equilibri globali, diventando terreno di competizione tra superpotenze e attori emergenti. […] A guadagnare terreno, spesso a danno delle potenze occidentali, sono soprattutto Cina e Russia.” – leggi.

Il più recente episodio che evidenzia il grado di controllo che in particolare la Russia può esercitare è quello del tentato colpo di stato in Niger del 28 e 29 agosto scorsi: leggi l’analitica descrizione degli eventi su ABCNews.

La notizia è illustrata anche sul sito Nigrizia dei missionari comboniani, che a differenza del grande network americano dedica spazio (ed interessanti considerazioni) al ruolo svolto dall’Algeria nei concitati giorni del tentato putschleggi.
 
Parole chiave: Niger; Colpo di stato; Russia; Algeria
 
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