Rassegna stampa, 27 Settembre 2026

27 set 2026

 

Concisa ma quanto mai chiara, la “Risoluzione sul ripristino dei legittimi diritti della Repubblica popolare cinese presso le Nazioni Unite” (n. 2758 del 25 ottobre 1971 – leggila sul sito dell’ONU) ha inaugurato la cosiddetta politica di “una sola Cina” – leggi l’utile compendio storico-politico sul sito della Radiotelevisione svizzera.

L’Italia, da parte sua, aveva già allacciato relazioni diplomatiche ufficiali con Pechino nel 1970 (leggi la colorita rievocazione di Sergio Romano sul Corrieree leggi l’informativa telegrafica a Washington dell’ambasciata USA a Roma).
Nel maggio 1975 fu l’allora Comunità economica europea a compiere un analogo passo, dopo l’incontro a Pechino tra il vicepresidente della Commissione, Christopher Soames, e il Primo ministro cinese Zhou Enlai (legginel sommario del volume EU-China Economic and Trade Relations pubblicato sul sito dell’Università di Cambridge).

Nonostante il riconoscimento della RPC abbia comportato la rottura formale con il Governo di Taipei, i rapporti con l’isola – in particolare quelli commerciali – non sono mai stati interrotti ed anzi si sono sviluppati nel tempo.

L’intensità e concretezza di tali rapporti è ben illustrata sul sito dell’Ufficio europeo per l’economia e il commercio a Taiwan – leggi. In parallelo, anche le relazioni tra Pechino e Bruxelles si sono evolute, al punto che “cinquant’anni di rapporti sino-europei […] raccontano una parabola che va dall’illusione della convergenza all’urgenza del ripensamento”, come si legge in un articolo di formiche.net. Resta netta tuttavia l’opposizione della RPC nei confronti di atti od eventi che possano suggerire una legittimazione di Taiwan.

Ne è esempio il recente invito rivolto alla vicepresidente taiwanese Hsiao Bi-khim ad intervenire alla “Seconda conferenza europea di Ventotene per la libertà e la democrazia” organizzata dalla vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno (leggi sul sito del PE). Immediate sono state le rimostranze di Pechino, che ha bollato la vicenda come “deprecabile”: leggisulla Reuters.

 
Parole chiave: Repubblica popolare cinese; Taiwan, Unione europea
 

Oltre ad essere il paese che, più di qualsiasi altro, per prossimità geografica è direttamente interessato dai principali conflitti in atto dall’Ucraina al Medioriente allargato (vedi la carta geografica della Britannica), la Turchia è anche un attore ineludibile sulla scena diplomatica, militare, energetica e, in senso più ampio, geopolitica – leggi l’interessante compendio pubblicato in agosto dal Sole24Ore.

Chi volesse approfondire può leggere un ampio articolo, ricco di rimandi a fonti istituzionali statunitensi, apparso sul sito Debug Lies Intel (il lettore prudente terrà conto del fatto che il sito è totalmente anonimo e pubblica articoli in italiano, inglese ed ebraico). V

a osservato che al momento Ankara sta agendo non soltanto su teatri diversi (dal Mediterraneo orientale, con il duro confronto sullo sfruttamento dei giacimenti energetici – leggi sul sito dell’OSMED – ai Balcani, dove prosegue l’opera di penetrazione culturale – leggi il documentato articolo della Fondazione Med-Or – al Corno d’Africa, dove il recente “asse con Addis Abeba è la «testa di ponte» ideale per una strategia che unisce hard power militare e soft power economico con l’obiettivo di contrastare la politica di espansione emiratina e israeliana nell’area” – leggi su Nigrizia), ma anche con ruoli diversi.

In Siria, Ankara sta intervenendo in prima persona nel riempire il vuoto lasciato dalla caduta di Assad (leggi su Newsweek); nel Caucaso ha patrocinato la conquista del Nagorno Karabakh da parte dell’Azerbaijan quale attore “tutt’altro che secondario anche se non sempre in primo piano” (come ha scritto l’Osservatorio Balcani-Caucaso – leggi); e fin dal 2022 si è posta come mediatore tra Russia ed Ucraina (un’accurata analisi di questa attività diplomatica è stata prodotta dall’ISPI nel 2025 – leggi).

Proprio quest’ultimo lavoro di mediazione sta tuttavia incontrando crescenti difficoltà, come ammesso dal Ministro degli esteri Hakan Fidan in un intervento di cui ha dato notizia l’agenzia bulgara BGNES – leggi.

Parole chiave: Turchia; Diplomazia; Ruolo geopolitico
 
Solo pochi giorni dopo la sconfitta elettorale di Viktor Orbán (leggi la notizia sull’ANSA), la professoressa Anna Menyhert, dell’Università di Torino, illustrava con grande lucidità il complesso compito che attendeva il vincitore, Péter Magyar: “smantellare il sistema e ricostruire lo Stato di diritto, in un percorso non privo di ostacoli” – leggi sul giornale digitale dell’ateneo piemontese.

Forte di una maggioranza di due terzi in Parlamento, Magyar ha in effetti immediatamente avviato il programma di abbattimento del sistema di potere creato dal suo predecessore in sedici anni di governo: “i pilastri principali del regime di Orbán sono crollati nel giro di pochi mesi: il presidente e il procuratore capo hanno lasciato l’incarico e la macchina mediatica, un tempo formidabile, è rimasta paralizzata” ha scritto Euronews illustrando nel dettaglio l’azione del nuovo esecutivo (leggi).

L’articolo dà spazio anche alle proteste dell’opposizione (“Fidesz descrive lo smantellamento del sistema di Orbán da parte di Magyar come un attacco alla democrazia”) e riporta che “decine di eurodeputati di destra hanno scritto alla Commissione europea esprimendo preoccupazioni sullo stato della democrazia in Ungheria”.
Intanto le riforme in cantiere non puntano solo a “de-orbanizzare” le istituzioni e a lottare contro la corruzione (nel rapporto 2025 di Transparency Internationall’Ungheria figurava all’ultimo posto in Europa, assieme alla Bulgaria – leggi), ma anche ad abrogare norme lesive dei diritti delle persone: leggi su Eurofocusin merito alla nuova legislazione proposta in materia di omosessualità e transizione di genere.

Va segnalato che quest’attività quasi frenetica dei nuovi amministratori magiari suscita qualche preoccupazione anche tra osservatori esterni.
Al netto dei riferimenti ad una situazione ormai superata (l’iniziale rifiuto di dimettersi del Presidente della Repubblica), un articolo di East Journal del giugno scorso ha ben inquadrato il problema: “si tratta di capire se l’Ungheria possa passare da un ordine costituzionale concepito per preservare il potere a uno in grado di limitarlo” – leggi. In altre parole, la sfida è quella di attuare un vero e proprio cambio di regime salvaguardando il quadro democratico formale e sostanziale.
 
Parole chiave: Ungheria; De-orbanizzazione; Democrazia
 
Tra i paesi europei con una scadenza elettorale ravvicinata figura anche la Grecia, che dovrà rinnovare il Parlamento entro l’estate 2027.
Il partito Nea Demokratia del Primo ministro Kyriakos Mitsotakis (aderente al Gruppo del PPE) è dato in testa dai sondaggi (leggi sul sito specializzato Politpro.eu), ma in netta flessione rispetto alle precedenti elezioni del giugno 2023, quando conquistò la maggioranza assoluta dei seggi (grazie ad una legge voluta da Mitzotakis stesso e che, con il 40,52% dei voti, gli garantì un premio di maggioranza– leggi su RAINews). I principali concorrenti si collocano a sinistra, in particolare con il partito ELAS dell’ex premier Alexis Tsipras (leggiin merito a questa nuova formazione quanto scritto nel luglio scorso dall’Osservatorio Balcani-Caucaso), dato in crescita.

È invece in caduta libera Syriza (il partito a suo tempo fondato proprio da Tsipras) e resta debole lo storico Pasok. Come altrove in Europa, la destra radicale appare forte, anche se frammentata. Proprio in questi giorni di fine settembre tuttavia potrebbe iniziare un tentativo di superare tale frammentazione mediante una nuova iniziativa politica dell’ex parlamentare di Alba Dorata Ilias Kasidiaris, appena scarcerato (e che gode della stima di Elon Musk) – leggi sul Telegraph.

Chi volesse approfondire il tema della crescita ed evoluzione dell’estremismo di destra nella società ellenica troverà senz’altro utile una tesi pubblicata sul Social Science Research Network nel 2025, nel cui sommario si legge: “Sebbene la struttura organizzativa di Alba Dorata sia crollata, la sua eredità ideologica rimane radicata […] contribuendo all’intensificarsi dell’euroscetticismo nella società, […], spesso raffigurando l’Unione Europea come una minaccia alla sovranità nazionale e all’identità culturale” – leggi.
 
Parole chiave: Gracia; Elezioni; Destra
Già nel 2010, alla fine del secondo mandato presidenziale di Lula da Silva, la Revista Brasileira de Política Internacional pubblicò un breve studio che, seppure con venature agiografiche, metteva in rilievo l’impegno della diplomazia brasiliana per la realizzazione di un nuovo ordine mondiale basato sul multilateralismo: “Il paese ha utilizzato i forum multilaterali come strumento per ottenere proiezione internazionale e sostegno al proprio progetto di sviluppo, mettendo in evidenza gli aspetti negoziali, le coalizioni a geometria variabile e il rafforzamento della cooperazione Sud-Sud” – leggi sul sito ResearchGate.

Quindici anni dopo, in un articolo pubblicato contemporaneamente su vari quotidiani internazionali (leggi sul Guardian), Lula ha di nuovo ribadito la sua visione del sistema multipolare, denunciando che “la legge del più forte minaccia anche il sistema commerciale multilaterale. I dazi generalizzati scardinano le catene del valore e spingono l’economia mondiale in una spirale di prezzi alti e stagnazione”.

Oggi, impegnato in una difficile campagna elettorale, il Presidente brasiliano ha ribadito nuovamente il suo impegno facendosi promotore – con il Presidente del Consiglio europeo António Costa, il Presidente del Kenya William Ruto e il Primo ministro canadese Mark Carney – di un’iniziativa denominata “Partners for Multilateralism”, anticipata in un articolo apparso sul Financial Times (leggi).

Le finalità sono illustrate in una Dichiarazione firmata da una ventina di paesi, disponibile sul sito del Consiglio – leggi. Serve appena rilevare che l’iniziativa appare allineata alla visione propugnata da Mark Carney circa il ruolo delle “potenze intermedie” – leggi su FocusEurope.
 
Parole chiave: Lula da Silva; Multilateralismo; Carney
 
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