Rassegna stampa, 8 Marzo 2026

8 mar 2026
Anche se adesso tutti guardano a Cipro come avamposto dell’UE in una zona di guerra, da cinquant’anni la “questione cipriota” è stata piuttosto legata alla divisione dell’isola tra greco- e turco-ciprioti.

Eletto Presidente della Repubblica di Cipro nel 2023, all’età di 49 anni, Nikos Christodoulides aveva subito dichiarato che il suo principale impegno sarebbe stato rivolto proprio alla soluzione della “questione”.
Parlando al Parlamento europeo nel giugno di quell’anno aveva “ribadito tutto il suo impegno per la riunificazione di Cipro attraverso una soluzione globale in linea con il diritto internazionale, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e il diritto, i valori e i principi dell’UE” (leggi sul sito del PE).

Andata a sua volta alle urne nell’autunno del 2025, l’autoproclamata “Repubblica di Cipro Nord” ha scelto come presidente Tufan Erhürman, un giurista di 55 anni che aveva impostato la propria campagna elettorale ponendosi come paladino della riunificazione dell’isola (leggi su Il Post).

Commentando questa elezione, Deutsche Welle ha riportato le parole dell’ex parlamentare europeo Niyazi Kızılyürek (sinistra) che ha dichiarato: “la vittoria schiacciante di Tufan Erhürman invia un chiaro messaggio politico sulla volontà della maggioranza della comunità turco-cipriota di tornare al tavolo dei negoziati per una soluzione della questione cipriota” (leggi).

I contatti tra i due Presidenti hanno avuto un inizio formale con un incontro tenutosi l’11 dicembre 2025 sotto l’egida delle Nazioni Unite (leggi sul sito della Missione ONU) e sono quindi proseguiti anche all’inizio del 2026 (leggi sul sito philenews.cy).

Questo promettente dinamismo contrasta con l’analisi dai toni venati di realistico scetticismo di Ahmet Sözen, docente di Relazioni internazionali all’Università di Famagosta (Cipro nord), disponibile sul sito del CeSPI: leggi.
 
Parole Chiave: Cipro; Questione cipriota
Mark Joseph Carney (1965) vanta nel proprio curriculum la peculiarità di aver ricoperto sia la carica di Governatore della Banca centrale del suo paese, il Canada (dal 2008 al 2013), sia quello di Governatore della Banca d’Inghilterra (dal 2013 al 2020) – leggi la sua biografia sulla Britannica.
Da molti anni è figura nota ed apprezzata nei circoli economici e finanziari mondiali (nel 2015 era indicato al 23° posto tra le cento personalità più influenti dalla rivista Worth: leggi), ma solo di recente il suo nome è diventato familiare a chi segue anche solo distrattamente la politica internazionale.

Vinte le elezioni convocate dopo l’uscita di scena di Justin Trudeau nel gennaio 2025, ha subito assunto una posizione dura nei confronti di Donald Trump che aveva parlato del Canada come 51° Stato degli USA, dichiarando: “Gli Stati Uniti non sono il Canada. E il Canada non sarà mai, in nessun modo e sotto nessuna forma, parte degli Stati Uniti” e aggiungendo: “Non siamo stati noi a cercare questo scontro, ma i canadesi sono sempre pronti quando qualcuno lancia un guanto di sfida” (leggi su The Hill).

La popolarità di Carney è poi letteralmente esplosa dopo il discorso pronunciato al forum di Davos il 20 gennaio 2026. Ha commentato Geopolitica.info che tale allocuzione “probabilmente appartiene [alla] categoria [degli] interventi storici, perché segna il momento in cui una potenza media occidentale ha formalmente dichiarato la morte dell’ordine liberale internazionale e ha proposto un’alternativa basata sulla coalizione delle potenze medie contro la coercizione delle grandi potenze” (leggi).

Passando dalle parole ai fatti, il Primo ministro canadese ha programmato alcune visite ad altre “potenze medie” (leggi il comunicato del Governo di Ottawa), tra cui spicca in particolare la tappa indiana, durante la quale oltre a parlare di affari si sono ricostruiti legami politici da tempo indeboliti (leggi sulla BBC). Ma l’azione di Mark Carney si sta sviluppando anche in altre direzioni.

Un importante articolo dello IARI segnala che “il governo di Mark Carney ha lanciato il 17 febbraio 2026 la prima «Defence Industrial Strategy» canadese con un messaggio implicito molto chiaro: ridurre l’esposizione strutturale a fornitori esteri (in primis statunitensi) e convertire la Difesa in piattaforma di crescita industriale, innovazione e occupazione”.

Chiosa quindi l’articolo: “se la leva commerciale e tariffaria diventa parte della competizione tra alleati, allora ridurre la dipendenza da una singola fonte di approvvigionamento serve a comprimere il rischio politico che una disputa economica si trasformi in vulnerabilità militare. In questa lettura, la Difesa diventa un’assicurazione nazionale contro shock esterni, non una semplice voce di bilancio” - leggi.
 
Parole chiave: Mark Carney; Canada; Potenze medie
 
Poco nota al grande pubblico e raramente oggetto dell’attenzione dei media, la Procura europea (EPPO – European Public Prosecutor’s Office) ha il compito di “proteggere il bilancio dell’Unione europea e portare in giudizio i reati che ledono gli interessi finanziari dell’UE” (leggi sul sito ufficiale). Operativa dal 2021, l’EPPO ha appena pubblicato il rapporto d’attività per il 2025 (scaricabiledal medesimo sito ufficiale).

Come osservato da Focuseurope.it, che ha brevemente commentato tale rapporto, “le frodi su Iva e dazi stanno diventando uno dei pilastri dell’economia criminale nell’Unione europea” e “il quadro complessivo restituisce l’immagine di un sistema criminale che si sposta sempre più verso il commercio di beni formalmente legali – importazioni, Iva, dazi – sfruttando la complessità delle catene transnazionali” - leggi.

Anche Euractiv ha analizzato il rapporto, segnalando che esso solleva “interrogativi sul grado di sostegno che le istituzioni europee accordano all’EPPO. Nonostante la procura vigili su programmi da miliardi di euro, nell’ultimo anno le Istituzioni UE hanno presentato appena143 segnalazioni o denunce” (leggi).

È utile osservare che la gestazione dell’EPPO è stata lunga e travagliata, ma offre un interessante modello di superamento dell’ostacolo dell’unanimità in ambito UE. La possibilità di creare una Procura europea è prevista dall’articolo 86 del Trattato sul funzionamento dell’UE, che vincola la decisione ad una deliberazione unanime del Consiglio (leggi su EURLex).

Riscontrando l’indisponibilità di alcuni Governi nazionali a sostenere l’istituzione di una tale Procura, sedici Stati membri decisero di procedere comunque, nell’ambito di una cosiddetta “cooperazione rafforzata”: il regolamento 2017/1939 del Consiglio che ne è derivato contiene, nei “considerando” del preambolo, la cronistoria dell’iter seguito: leggi su EURLex. Nel tempo, altri otto Stati membri si sono uniti ai sedici iniziali.
 
Parole chiave: Procura europea; Unanimità; Cooperazioni rafforzate
 

Il fragore della guerra è talmente assordante che sembra non ci sia spazio per nient’altro. Ha così ricevuto insufficiente attenzione un’importante riunione ministeriale dedicata alle materie prime critiche, organizzata a Washington a febbraio, alla quale hanno partecipato rappresentanti di 54 paesi, funzionari dell’Unione europea e altri dell’amministrazione Trump.

Ha fatto gli onori di casa il Segretario di Stato Marco Rubio, che nell’occasione ha annunciato l’istituzione di un “Forum on Resource Geostrategic Engagement – FORGE”, un’assise nel cui ambito verrebbero coordinate le scelte e i progetti in materia di minerali critici (leggi quanto scritto dalla CNBC).

Rimarcando la presenza oltre che di Rubio anche del Vicepresidente Vance, un articolo di Inside Over ha notato che, “quando gli Stati Uniti organizzano un summit su un tema apparentemente tecnico, di solito stanno preparando un meccanismo di comando” (leggi).

In effetti, il vertice ministeriale di Washington si è configurato come un tentativo di costituire un fronte destinato a contrastare la posizione di forza cinese nel settore (come ricorda Milano Finanza, Pechino detiene “60% delle risorse a livello mondiale e 90% della loro raffinazione” – leggi).

Una ricerca dell’ISPI si è proposta di esaminare nel dettaglio i “nodi tecnici e geopolitici” di FORGE e dell’associato progetto di creare un sistema che controlli prezzi e commercio per limitare l’influenza di Pechino (leggi).
 

Parole chiave: Materie prime critiche; Stati Uniti; Cina

 
 

 
In Danimarca, le ultime elezioni amministrative si sono tenute nel novembre 2025, quando già infuriava la polemica sulle intenzioni di Donald Trump di annettere la Groenlandia agli Stati Uniti e il Governo di Copenhagen si apprestava ad introdurre, presso il Ministero degli esteri, un servizio di monitoraggio di ogni spostamento e dichiarazione del Presidente statunitense in modo da poter reagire in qualsiasi momento a sue eventuali esternazioni.
Ai funzionari incaricati di questo compito era stato dato il nome di “Guardiani della notte”, come la confraternita della serie televisiva “Il Trono di spade” (leggisul Guardian).

La politica estera non aveva tuttavia inciso particolarmente sull’esito del voto locale, condizionato molto di più da temi quali l’immigrazione e le politiche abitative. Il partito socialdemocratico della Prima ministra Mette Frederiksen era uscito pesantemente sconfitto, perdendo anche il municipio di Copenhagen che governava dal 1903 (leggi su Politico.eu e leggi sul sito svizzero La Regione).

Pochi mesi dopo, la popolarità di Fredriksen è notevolmente aumentata tra i suoi concittadini che hanno apprezzato l’atteggiamento fermo opposto al possibile concretizzarsi delle minacce di Trump.
La leader socialdemocratica ha quindi deciso di andare al voto politico anticipato il 24 marzo prossimo (leggi su Europe Today).

La breve campagna elettorale in vista della consultazione è già fonte di preoccupazione per il rischio (considerato altamente probabile) di interferenze straniere. In un rapporto appena pubblicato, il Servizio di Sicurezza e Intelligence danese, oltre a segnalare che la Russia rimane la principale minaccia, “ha anche compiuto il passo straordinario di nominare gli Stati Uniti e la Cina come potenziali fonti di influenza. Questo sviluppo evidenzia il rapido deterioramento delle tradizionali norme transatlantiche mentre la «Crisi della Groenlandia» continua a dominare il discorso politico danese”, come si leggesulla piattaforma finanziaria Investing.com.
 
Parole chiave: Danimarca; Elezioni; Interferenze straniere
 
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