Rassegna stampa, 8 Febbraio 2026

8 feb 2026
Il 10 febbraio ricorre l’anniversario di un evento poco evocato, ma cruciale per un’interpretazione dell’attualità in prospettiva storica. In quel giorno del 2007, alla 43a Conferenza sulla sicurezza di Monaco, “Vladimir Putin pronunciò un discorso che allora fu archiviato come uno sfogo, una provocazione, persino un residuo di nostalgia imperiale. Col senno di poi, fu […] l’annuncio che la fase dell’ordine unipolare guidato dagli Stati Uniti non era più accettata”, come ha scritto recentemente geopolitica.info (leggi). (La traduzione italiana del discorso di Putin è disponibile su wordpress.comleggi).

Un anno e mezzo dopo, nell’estate 2008, la Russia avviò il conflitto in Georgia sostenendo le rivendicazioni autonomiste dell’Abcasia e dell’Ossezia del sud.
La situazione che ne è seguita è ampiamente descritta sul sito Osservatorio Russia: leggi.
In seguito Mosca ha per lungo tempo consolidato la sua presenza militare nel Caucaso, favorendo il ‘congelamento’ dei conflitti locali sia in Georgia, sia nel Nagorno-Karabakh conteso da Armenia e Azerbaigian: leggi la ricerca pubblicata nel 2024 dall’Università di Erevan.
Ma proprio il modo in cui il contenzioso armeno-azero si è risolto, con la vittoria sul campo di Baku sostenuta dalla Turchia e la firma di un memorandum propedeutico ad un accordo di pace sotto l’egida degli Stati Uniti, sembra suggerire una perdita di influenza russa nella regione (leggi l’analisi di Geopolitical Monitor).

Una riflessione pubblicata di recente dall’Osservatorio Balcani-Caucasopropone tuttavia una versione parzialmente diversa, sottolineando che “le due peculiarità dell’imperialismo russo odierno […] (la crescente attenzione al nucleo slavo e alla competizione geopolitica con l’Occidente) sono determinanti per spiegare sia perché il Cremlino abbia lanciato l’invasione dell’Ucraina, sia, in ultima analisi, perché si interessi meno del Caucaso meridionale” (leggi).
 
Parole chiave: Caucaso; Russia; Vladimir Putin
Con la nomina a Capo del Governo italiano di Giorgia Meloni (22 ottobre 2022), nel cui programma figurava il primario obiettivo di arginare il flusso di migranti dal Nordafrica, il Presidente tunisino Kaïs Saïed è diventato una figura familiare nella stampa del nostro paese, anche se alcune riserve venivano espresse circa il suo operato.
Nel resoconto della prima visita della premier in Tunisia, pochi mesi dopo essersi insediata a Palazzo Chigi, RAINews aveva indicato che “il presidente Saïed ha accentrato su di sé la gran parte dei poteri con quella che gli analisti non esitano a definire una grave svolta autoritaria” (leggi).
Nondimeno, Saïed ha beneficiato di grande attenzione ed è stato trattato con grande rispetto da molti suoi interlocutori internazionali: vedi ad esempio il video della conferenza stampa a conclusione dell’incontro con Giorgia Meloni, Ursula von de Leyen e Mark Rutte del luglio 2024, disponibile sul sito del Governo italiano.

Il Presidente tunisino ha nondimeno il profilo del perfetto autocrate.
Come ricorda la rivista Nigrizia: “nel Democracy Index dell’Economist, la Tunisia si trovava al 53esimo posto su 167 paesi nel 2019, mentre quest’anno [2025] si posiziona al 93esimo” (leggi). Una precisa analisi dell’“iper-presidenzialismo di Saïed” è stata pubblicata dall’ISPI nell’estate scorsa (leggi).
Ora, mentre sul piano interno lo stato di emergenza è stato prorogato fino al 31 dicembre 2016 (leggi il comunicato della Reuters), il Presidente tunisino sposta l’attenzione sulla politica estera, proponendosi come artefice di un piano per la soluzione della crisi libica – leggi l’articolo di Strumenti politici e leggi quanto scritto da The Arab Weekly, che ha riferito anche delle “riserve di Tripoli […] circa riunioni in cui si discute di Libia senza il coinvolgimento diretto delle autorità libiche” (leggi).
 
Parole chiave: Tunisia; Libia; Saïed
 

Di fronte alle nuove sfide poste dalla riorganizzazione dell’ordine mondiale – competizione tra grandi potenze, guerre regionali, pressione migratoria, transizione energetica – le dinamiche interne all’Unione europea stanno cambiando.
Se l’immagine del vaso di coccio tra vasi di ferro è ancora evocata (leggi la ‘spietata’ analisi dell’Agenzia AISE, secondo la quale “della vecchia, impotente Europa, quasi non mette conto parlare, se non come del classico vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro”), alcune recenti iniziative indicano una nuova consapevolezza di molti ambienti politico-economici europei.

Solo un paio di anni fa MicroMega criticava duramente “la scelta del Presidente Macron di rivendicare una velleitaria «autonomia strategica» dell’Europa” (leggi), ma oggi tale locuzione sembra diventata un sorta di parola d’ordine di tanti politici europei: come ha scritto il Sole24Ore, “il 2026 si è aperto con una serie di shock geopolitici che hanno immediatamente riportato al centro dell’agenda europea il tema dell’autonomia strategica” (leggi).

Le iniziative avviate in questo senso non sembrano ancora governate da una coerente visione d’insieme, ma segnano una determinazione nuova: si pensi al piano per la difesa  (leggi il commento del Guardian), ai trattati di libero scambio con Mercosur ed India (leggi quanto dichiarato in merito dalla Commissaria Teresa Ribeira su Agenzia Nova) o al nuovo Patto per il Mediterraneo (leggi il punto di vista della Commissaria Dubravka Šuica, condensato nella domanda “Se non noi, chi altro?”, come riportato da Euronews).

Intanto, sul piano più prettamente politico, vengono avanzate proposte che fino a non molto tempo fa sarebbero state difficilmente immaginabili. Da parte tedesca in particolare si è suggerita una sorta di direttorio di sei Stati membri (leggi su Euractiv.it e leggi sul sito del Ministero delle Finanze tedesco), mentre il Presidente del PPE Manfred Weber “ha lanciato la proposta di una riforma radicale della governance europea, suggerendo di accorpare le cariche di presidente della Commissione europea e di presidente del Consiglio europeo dopo le elezioni del 2029” come riportato sempre da Euractiv.it (leggi).
 

Parole chiave: Nuovo ordine mondiale; Unione europea; Governance europea
 

Lo stringato comunicato con cui l’ANSA ha annunciato le dimissioni del Presidente bulgaro Rumen Radev (leggi) dà la misura di come gli organi d’informazione (italiani ma anche internazionali) abbiano giudicato la notizia di interesse circoscritto.
Uno dei commenti più ampi è stato pubblicato dal qatariota Al Jazeera: leggi.

La decisione di Radev meriterebbe tuttavia qualche valutazione più approfondita, visto che la Bulgaria è membro dell’UE, della NATO, di Schengen e che dal 1° gennaio di quest’anno ha adottato l’euro: è quindi pienamente integrata nel consesso euro-occidentale (il World Factbook della CIA offre molti dati di base sul paese – leggi).
In realtà, la Bulgaria deve essere considerata uno degli anelli deboli della struttura comunitaria europea, posizionandosi come uno dei più fermi sostenitori di Putin: ha ben documentato la situazione un articolo apparso un anno fa sul sito del College of Eastern Europeleggi.

Il problema di fondo e mai risolto va forse fatto risalire al momento dell’entrata della Bulgaria nell’Unione europea (2007), quando, con scelta puramente politica, al paese fu concesso di aderire – analogamente alla Romania – nonostante le gravi carenze amministrative e istituzionali.
Una disarmante analisi di come i politici bulgari boicottarono all’epoca il necessario processo riformista e di come si sia rivelato di fatto inutile il Meccanismo di cooperazione e verifica predisposto dalla Commissione europea è presentata sulla piattaforma European Studies Review: leggi.

Parole chiave: Bulgaria; Unione europea; Adesione
 
Osservava uno studio de Il Mulino di vari anni orsono dedicato al Movimento 5 Stelle che quest’ultimo “trova nella dimensione comunicativa una parte essenziale e irrinunciabile del proprio dna, […] e, per molti versi, la propria medesima sostanza politica, esempio e riconferma della validità del distico secondo cui la forma è sostanza” (leggi).
La citazione potrebbe calzare perfettamente anche nel caso della comunicazione trumpiana, analizzata con precisione sul Nuovo Giornale Nazionale da un giornalista (Adolfo Tasinato) evidentemente affascinato dallo stile del Presidente statunitense (leggi).
La portata delle scelte stilistiche nella comunicazione politica è ben illustrata dai discorsi pronunciati a Davos da Donald Trump (leggi la traduzione in italiano sul Corriere) e dal primo ministro canadese Mark Carney (leggi sul sito del World Economic Forum) e a Lovanio da Mario Draghi (leggi in italiano su Le Grand Continent).

La frattura stilistica tra la lingua di Trump da un lato e quella di Carney e Draghi dall’altro è tale che diventa difficile pensare che possa innestarsi un confronto sui contenuti.
Mentre è immaginabile che il premier canadese e l’ex banchiere centrale dibattano in merito alle divergenze delle rispettive posizioni (Carney guarda verso nuove alleanze di medie potenze, mentre Draghi guarda all’Europa e invita a trasformarla in un’unione politica e strategica più forte: come ha scritto Italia Oggi: “No, Draghi non è tra i cantori del premier canadese Mark Carney” – leggi), sembra difficile pensare ad un’interlocuzione del genere con Donald Trump.
 
Parole chiave: Trump; Carney; Draghi; Stile oratorio
 
 
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