Rassegna stampa, 29 Marzo 2026

29 mar 2026
La rassegna stampa di Dialoghi europei si prende una pausa pasquale e ritornerà domenica 19 aprile.
Resta confermato l’incontro “In dialogo con Dialoghi” martedì 7 alle ore 17,30 presso Knulp, via Madonna del Mare 7 a.

A tutti un augurio di serene feste!
 
Il Governo islandese ha presentato un disegno di legge per l’indizione di un referendum sulla ripresa dei negoziati di adesione all’Unione europea: leggi sul sito ufficiale tutti i dettagli.
La decisione non è né sorprendente, né inattesa, vista la preoccupazione con cui sull’isola si guarda alle ambizioni territoriali manifestate da Donald Trump nei confronti della regione artica.
Alla protervia esibita con riguardo alla Groenlandia, sono corrisposte minacce anche alla sovranità dell’Islanda: appena designato da Trump per il ruolo di ambasciatore statunitense a Reykjavik nello scorso gennaio, l’ex parlamentare repubblicano Billy Long ha “scherzato” affermando che l’Islanda sarebbe diventata il 52° Stato degli USA (leggi su Politico).

Non è servito altro al piccolo paese-isola con meno di 400.000 abitanti per tirar fuori dal cassetto la domanda di adesione all’UE, già presentata nel 2009 e poi “congelata” nel 2013 e ritirata nel 2015 (leggi sul sito del Consiglio e leggil’analisi de Il Post).

In verità, l’approccio altalenante non era stato apprezzato a suo tempo da Bruxelles, che pure non aveva chiuso la porta a successivi sviluppi: leggiquanto scrisse EUNews. Era apparso comunque evidente che a Reykjavik, dove un governo di centro-sinistra era stato sostituito da uno di centro-destra, la fine della grave crisi finanziaria che aveva colpito il paese (leggi su Panorama Assicurativo) aveva fatto perdere interesse nell’adesione.

L’imprevedibilità di Donald Trump fa ora riemergere tale interesse, e gli islandesi saranno quindi chiamati nell’agosto prossimo ad esprimersi con un referendum sulla riapertura dei negoziati con l’UE: leggi su Focus Europe. Un’interessante riflessione concernente l’intera regione settentrionale-baltica è stata pubblicata da The Nordic Voices, una piattaforma statunitense focalizzata su tale regione: leggi.
 
Parole chiave: Islanda; Domanda di adesione; Donald Trump
Se l’Islanda si prepara a riprendere il cammino di adesione all’UE, la Norvegia sta considerando di fare lo stesso (varie letture in merito sono state suggerite nella rassegna stampa di Dialoghi europei del 1° marzo: leggi) e – soprattutto – nel Regno Unito è ormai lanciato il dibattito sull’opportunità di fare retromarcia sulla Brexit (leggi un commento della BBC all’intervista del sindaco di Londra a Repubblica), lo slogan dell’uscita dall’Unione riecheggia in alcuni ambienti politici di Varsavia.
Un sondaggio condotto nel dicembre 2025 aveva evidenziato che circa un quarto dei polacchi era favorevole alla “Polexit”.

Commentando i dati del sondaggio, il sito della televisione pubblica TVP aveva segnalato come oltre che tra i tradizionali euroscettici della destra estrema, l’opposizione all’UE fosse cresciuta anche tra gli elettori meno radicali (leggi).

Questi ultimi hanno quale figura istituzionale di riferimento il Presidente della Repubblica Karol Nawrocki che, nel suo discorso di insediamento pronunciato il 6 agosto dello scorso anno aveva affermato: “non permetterò mai che l’Unione europea privi la Polonia delle sue competenze, sarò la voce di quelli che vogliono una Polonia sovrana, […] sarò la voce dei cittadini che vogliono la sovranità” (leggi) sul sito della Presidenza).

Ora, nel contesto della posizione assunta da Nawrocki in merito al programma SAFE (leggi qui sotto), il pericolo di un distacco della Polonia dall’UE è paventato dalle forze europeiste, guidate dal Primo ministro Donald Tusk, che ha scritto su X: “La Polexit è una minaccia reale oggi” (leggi su Open Online). Fa brevemente il punto sulla situazione Euronews: leggi.
 
Parole chiave: Polonia; Polexit; Karol Nawrocki; Donald Tusk
 
Il 27 maggio 2025 il Consiglio “Affari generali” ha adottato la proposta della Commissione relativa ad un nuovo programma di investimento per la difesa denominato SAFE (strumento di azione per la sicurezza dell’Europa).
Come ha spiegato Euronews (leggi), si tratta di “un nuovo strumento finanziario da 150 miliardi di euro pensato per incrementare la produzione di sistemi d’arma e attrezzature militari entro i confini europei”.

A fronte di alcuni commenti decisamente positivi (Ursula von der Leyen, promotrice della misura, ha dichiarato “Adozione Safe è passo fondamentale per più responsabilità UE”, come riferito dall’agenzia GEAleggi), le analisi più ragionate riconoscono le potenzialità del programma, ma non ne nascondono le criticità: si legga in particolare quanto scritto dallo IARI.

Non trascurabile è ad esempio la contrarietà degli Stati Uniti (i finanziamenti SAFE non possono essere attivati per acquistare armi da Washington), evidenziata da un titolo di Newsweek: “Il piano europeo di rinunciare alle armi americane mette in allarme l’amministrazione Trump” – leggi.

Ma alcuni ostacoli all’attuazione del programma vengono anche dall’interno dell’UE. Come indicato qui sopra, il Presidente polacco Nawrocki ha deciso di porre il veto sul testo legislativo relativo all’accesso alle risorse SAFE: leggi su Market Screener.
 
Parole chiave: SAFE; Acquisto armamenti; Polonia
 

Mentre il conflitto in Medioriente sembra evolversi secondo strategie improvvisate, almeno per quanto riguarda l’azione militare (e diplomatica) degli Stati Uniti (“La guerra dell’improvvisazione” ha titolato il sito VoceNews: leggi), e quello in Ucraina si trascina tra morti e distruzioni in un confronto impari assai trascurato dai media (leggi su Il Politico Web), non può non risaltare la posizione defilata assunta in entrambi i casi dalla Cina: leggi e ascolta quanto pubblicato dalla testata giornalistica australiana SBS (in lingua italiana).

Pechino punta evidentemente a consolidare le proprie posizioni strategiche nei vari scacchieri piuttosto che a farsi coinvolgere direttamente in scenari di guerra. Si pensi ad esempio che, in Medioriente, “la presenza cinese si è consolidata in modo impressionante.
Nel solo 2024, gli investimenti e i contratti legati alla Belt and Road Initiative (BRI) in Medio Oriente hanno superato i 39 miliardi di dollari, rendendo la regione la principale destinataria globale del progetto
”, come ha scritto Geopolitica.info: leggi.

Paradigmatico dell’approccio adottato dalla dirigenza cinese è quanto sta avvenendo in un’altra parte del mondo dove il confronto non è bellico, ma economico e politico.
La presenza di enormi giacimenti di materie prime strategiche in Zambia e Repubblica Democratica del Congo (RDC) ha suscitato l’interesse attivo di Pechino già un ventennio fa: nel 2007 è stato firmato un accordo tra la RDC e la Cina, basato sul principio della fornitura di materie prime in cambio di infrastrutture.

In tale contesto, “la Cina si è impegnata a investire circa 3 miliardi di dollari in infrastrutture in cambio di diritti di estrazione a favore di aziende cinesi valutati in 93 miliardi di dollari” – leggi nell’interessante ricerca dello IAI.
Ma a parte il carattere predatorio di certa “assistenza”, vanno segnalate le conseguenze delle modalità d’intervento cinese. Un caso di scuola è quello del ripristino del corridoio logistico di Lobito che consente di convogliare verso l’Atlantico i minerali estratti in Zambia e RDC.
Consorzi di aziende occidentali sono riusciti a battere la concorrenza di aziende cinesi e ad aggiudicarsi significativi contratti subentrando a queste ultime nella gestione di importanti infrastrutture.

Ma come ben illustra il sito European Guanxi, “l’ininterrotto funzionamento della ferrovia dipende dall’acquisto di nuovo materiale rotabile – sono necessari 35 locomotive e 1.555 vagoni merci per il trasporto di minerali” che dovranno essere compatibili con quelli già in esercizio, forniti dai cinesi.
Il che comporterà l’esigenza di “mantenere strategicamente il «DNA ingegneristico cinese»” lungo il corridoio di Lobito: leggi.

 

Parole chiave: Cina; Strategia geopolitica; Africa

 

 
Soprattutto per gli Stati membri più piccoli, il turno di presidenza semestrale del Consiglio dell’UE (leggi sul sito Consilium) è l’occasione per dimostrare capacità diplomatica e organizzativa e per aumentare la propria visibilità e credibilità nel contesto istituzionale dell’Unione.
Probabilmente, preparandosi a rivestire tale ruolo in questa prima metà del 2026, anche la Repubblica di Cipro contava di ricavarne un’opportunità per segnalarsi all’attenzione dalle cancellerie europee.

Nel discorso di presentazione delle priorità della presidenza cipriota, il 21 dicembre 2025 il Presidente Nikos Christodoulides aveva dichiarato: “Oggi siamo qui per presentare le nostre priorità politiche – le priorità che daranno vita alla nostra visione e plasmeranno l’Europa a cui aspiriamo nel 2030, nel 2040, nel 2050. Con un forte senso di responsabilità e una profonda fiducia nel progetto europeo. Con orgoglio, perché il momento di Cipro è arrivato” (leggisul sito del Governo).

La guerra in Medioriente, in particolare dopo l’attacco israelo-statunitense contro l’Iran, ha obbligato l’amministrazione di Nicosia a ridimensionare le proprie ambizioni e anzi a focalizzarsi sui riflessi interni della crisi internazionale.

Come segnalato da Focus Europe, “la crisi legata all’Iran ha portato a un rafforzamento delle risorse militari greche e turche su entrambi i lati dell’isola divisa di Cipro, riportandola di fatto allo status di denso hub militare nel Mediterraneo orientale. La Turchia ha annunciato il 9 marzo di aver dispiegato sei caccia F-16 e sistemi di difesa aerea nella parte settentrionale di Cipro, che Ankara definisce «Repubblica Turca di Cipro del Nord» […] Il dispiegamento ha fatto seguito all’arrivo di quattro F-16 greci nella Repubblica di Cipro e all’invio di fregate greche” (leggi).

Parallelamente, la dirigenza locale è stata colta di sorpresa dalle dimissioni dell’Inviato speciale per Cipro della Commissione europea Johannes Hahn che ha lasciato l’incarico dopo nemmeno un anno dalla designazione (leggi sul sito Politis), con buona pace del processo di riavvicinamento tra le parti greca e turca.
 
Parole chiave: Cipro; Guerra in Medioriente; Presenza militare
 
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