Rassegna stampa, 22 Marzo 2026

22 mar 2026
Quando la guerra irrompe nella quotidianità di intere aree geografiche a noi vicine il bisogno di capire quello che sta succedendo e quello che potrebbe ancora succedere diventa impellente. Proprio per aiutarci a soddisfare tale bisogno, Dialoghi europei ha invitato a parlare di “Guerra in Ucraina, Trump e il futuro della sicurezza europea” la dott.ssa Nona Mikhelidze, responsabile di ricerca presso l’Istituto Affari Internazionali.

Nona Mikhelidze è apprezzata analista politica dello spazio post-sovietico e voce autorevole in particolare per quanto riguarda proprio il conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina: ascolta su YouTube (dal minuto 45:15) il suo contributo ad un recente dibattito su libertà, autoritarismo e democrazia.

Molto interessanti anche alcune sue riflessioni sul Presidente russo Vladimir Putin espresse in un’intervista apparsa su L’Europeista nell’estate scorsa, ai tempi del vertice di Anchorage (leggi). Si segnala altresì uno stimolante articolo pubblicato da Linkiesta all’inizio di quest’anno, intitolato “L’Ucraina, l’Europa, e la resa dei conti globale”: leggi.

Interloquirà con Nona Mikhelidze, giovedì 26 marzo, alle 17,30 presso l’Aula Magna della Scuola per Interpreti - Università di Trieste via Filzi 14, il prof. Federico Donelli, docente di Relazioni internazionali all’Università di Trieste e componente del Direttivo di Dialoghi europei.
 
Parole chiave: Nona Mikhelidze; Ucraina; Russia
 “Oggi il dibattito si sviluppa su alcune questioni di fondo: su quali basi deve fondarsi un intervento militare e qual è la sua legittimità. Qual è il ruolo che deve essere svolto dalle istituzioni multilaterali, e mi riferisco tanto alle Nazioni Unite, quanto alla Nato. Quali sono i limiti delle azioni militari preventive. E ancora, come devono interagire «hard security» e «soft security». Chi e come deve guidare la gestione del processo di ricostruzione fisica e politica di un paese dopo un intervento militare. E infine, come coniugare multilateralismo ed efficacia dell’azione internazionale”.

L’«oggi» con cui inizia la citazione qui riportata non è un giorno di questa primavera 2026, come il testo lascerebbe immaginare, bensì l’«oggi» di un mese di marzo del 2004, quando Romano Prodi, allora Presidente della Commissione, lanciò il progetto di una politica europea di vicinato (PEV), tesa a “condividere tutto tranne le istituzioni, fondando le […] relazioni su una comunità di valori e di interessi,” con i paesi posti ai confini dell’Unione europea, che stava per accogliere dieci nuovi Stati membri: leggi su Europa.eu.

Nel ventennio successivo la Storia ha intrapreso percorsi allora non prefigurati, ma forse nemmeno inattesi. Le debolezze della PEV sono apparse ben presto (dell’esigenza di una “riforma drastica” si scriveva già nel 2015 – leggi sul sito dell’European Council on Foreign Relations), ma con il corso aggressivo assunto dalla politica russa, è diventato urgente per l’UE adeguare il proprio atteggiamento nei confronti dei propri vicini. Il caso del Caucaso è esemplare, con tre repubbliche ex-sovietiche avviate lungo percorsi di difficile lettura.

L’Azerbaijan, alleato della Turchia, è ormai un attore chiave per la sicurezza energetica dell’Europa (e dell’Italia in particolare – leggi su Scenari economici); la Georgia, candidata all’adesione all’UE dal 2003, ha “congelato” il dialogo politico con Bruxelles (leggi sul Corriere), e l’Armenia, tradizionalmente sotto l’ala protettrice del Cremlino, ora dichiara “la volontà […] di allinearsi il più possibile agli standard e ai valori dell’UE” (leggi su Focus Europe).
 
Parole chiave: Politica europea di vicinato; Caucaso
 
 
Buttiamo a mare il green deal”: è questa la soluzione individuata dal generale Roberto Vannacci per fare “i nostri interessi”.
In questi termini si è infatti espresso l’ex leghista ed eurodeputato del Gruppo «Europa delle Nazioni Sovrane» intervenendo nell’emiciclo di Strasburgo durante la plenaria di inizio marzo (ascolta su YouTube, in particolare dal minuto 0:47).

Il tono tra il sarcastico e l’aggressivo usato da Vannacci potrebbe far pensare che il suggerimento di abbandonare in toto il patto per l’ambiente non sia altro che una boutade. In realtà le destre europee stanno sistematicamente attaccando la politica ambientale dell’Unione europea, in questo perfettamente allineate all’amministrazione Trump.
Il 12 febbraio 2026 il Presidente americano ha revocato le principali norme (introdotte da Barak Obama) volte a contrastare le emissioni di gas serra.
La sua portavoce ha dichiarato “Il presidente Trump intraprenderà le azioni di deregolamentazione più significative della storia per sprigionare ulteriormente il predominio energetico americano e ridurre i costi”, come riferito da Greenreport.it (leggi).

Anche in Europa la scelta sembra essere la deregolamentazione progressiva. Come ha scritto il portale Materia Rinnovabile, “questa «deregulation» indiscriminata non risponde ad alcuna richiesta precisa di cittadini, amministrazioni locali e degli attori economici più innovativi, ma è il frutto di una specie di furia ideologica e di pressioni di alcuni settori di «incumbent» particolarmente vicini alla destra politica e che hanno trovato un facile accesso in Commissione e governi”: leggi).

Uno degli attacchi più diretti alle vigenti disposizioni europee è venuto da Giorgia Meloni che ha chiesto di sospendere urgentemente l’applicazione del sistema europeo di scambio delle quote di emissione di CO2, noto come ETS - Emissions Trading System (leggi su SkyTG24, dove è sinteticamente illustrato anche il funzionamento del sistema).

La risposta della Commissaria responsabile per la Transizione pulita, giusta e competitiva Teresa Ribeira è tata immediata (“abolire l’Ets sarebbe un errore enorme” – leggi sull’ANSA), ma molto meno drastica è la posizione di Ursula von del Leyen, secondo la quale il sistema deve essere “modernizzato” (leggisul Sole24Ore). E la fronda di molti Stati membri crea una frattura in seno al Consiglio (leggi su Avvenire).
 
Parole chiave: Green Deal; ETS; Quote di emissione di CO2
 

Commentando i risultati del vertice dei BRICS+ tenutosi in Brasile nel luglio 2025, un’analisi apparsa sul sito del King’s College di Londra sottolineava tra l’altro come “con l’inclusione di nuovi membri quali Egitto, Etiopia, Iran, Indonesia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, il raggruppamento è diventato più eterogeneo e maggiormente rappresentativo a livello globale. […] Tuttavia, nel medio-lungo periodo, l’espansione solleva seri interrogativi in merito alla coerenza e all’identità del gruppoleggi.

Quanto giustificati siano tali interrogativi è apparso palese con la guerra mossa da Israele e Stati Uniti all’Iran e soprattutto con gli attacchi lanciati per ritorsione da Teheran verso i propri vicini arabi, con alcuni dei quali condivide l’adesione ai BRICS+. In queste circostanze, il gruppo in quanto tale è rimasto in silenzio, senza prendere posizione né condannare l’accaduto.
C’entra probabilmente anche il fatto che presidente di turno dei BRICS+ è il Presidente indiano Narendra Modi, il quale solo pochi giorni prima dello scoppio della guerra era stato in vista in Israele e, parlando alla Knesset, aveva affermato: “l’India sta con Israele, fermamente, con piena convinzione” – leggiquanto scritto da Al Jazeera.

Evidentemente, ignorare un’aggressione contro un membro equivale a segnalare una grave crisi del gruppo, per quanto informale esso sia.

Quest’ultima considerazione è ampiamente condivisa, come traspare dalle due pur diverse letture della situazione fornite dal sito di analisi politiche sull’area Asia-Pacifico The Diplomat (leggi) e dall’agenzia russa EurAsia Daily (leggi).

Parole chiave: BRICS+; Coesione; Guerra in Iran;
 
Quando Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, con il contributo di Eugenio Colorni, concepirono e pubblicarono il Manifesto di Ventotene «Per un’Europa libera e unita» (scaricabile dal sito dell’Istituto Spinelli), la Seconda guerra mondiale infuriava e niente (se non il gramsciano ottimismo della volontà) permetteva di immaginare quale campo ne sarebbe uscito vincitore.

Come ha scritto la rivista dell’Istituto Affari Internazionali: “ci voleva coraggio per concepire e dare forma a un progetto così avanzato in un momento – siamo all’inizio del 1941 – in cui gran parte dell’Europa era sotto il giogo nazista e l’esercito hitleriano continuava la sua marcia di conquista” (leggi).

Facendo attenzione a non confondere il sacro con il profano, va riconosciuta una dose di coraggio anche ai quattro autori – Olivier Blanchard, Pascal Lamy, Enrico Letta e Beatrice Weder di Mauro – che, nell’attuale momento di sconvolgimento dell’ordine mondiale, hanno firmato il testo base di un nuovo progetto denominato “Progetto 2050: geometrie di pace, potenza e prosperità”.

L’iniziativa è partita dal Centre for Economic Policy Research – CEPR (leggi) in collaborazione con la rivista Le Grand Continent (leggi).

Nel prossimo futuro sono attesi vari contributi al dibattito (leggi ancora sul sito del CEPR). Per intanto, una prima analisi del documento di base dei quattro autori citati è apparsa su Focus Europe: leggi.
 
Parole chiave: Progetto 2050; Futuro dell’Europa
 
 
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