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La data del 12 aprile si avvicina e la politica ungherese è tutta focalizzata sulla campagna elettorale, di fatto già lanciata da tempo: illustra in modo chiaro e lineare la situazione pre-elettorale Notizie Geopolitiche: leggi. Stando al sito European Interest, “secondo il più recente sondaggio, condotto da Idea Institute tra il 31 gennaio e il 6 febbraio, il 48% degli elettori che avevano già deciso per chi votare sosteneva il partito Tisza, mentre il 38% appoggiava Fidesz, la formazione di Viktor Orbán” (leggi).
Se le posizioni sovraniste e reazionarie di Fidesz sono ben note, va detto che il principale partito di opposizione Tisza è una forza conservatrice, aderente al Partito popolare europeo, ma spesso in disaccordo con quest’ultimo, che critica da destra: leggi l’interessante articolo di Euronews. Come si ipotizza alla fine di tale articolo tuttavia “Tisza sta subordinando tutte le sue decisioni alla situazione politica interna, e […] fino alle elezioni di aprile, Weber e il Ppe non gli faranno pesare questo approccio”.
In effetti, il programma elettorale pubblicato da Tisza è impostato su basi europeiste e prevede tra l’altro una patrimoniale per i più ricchi, l’adozione dell’euro e un solido radicamento del paese nell’Unione europea e nella NATO (leggi sul sito dell’agenzia Reuters). Ma probabilmente, nell’eventualità di una vittoria di Tisza e del suo leader Peter Magyar, sarebbe l’intera impostazione della politica estera ungherese a subire una profonda trasformazione o piuttosto, come sottolinea un’analisi dell’European Council on Foreign Relations, un ritorno al passato: “Sotto Viktor Orbán, la postura interna e internazionale dell’Ungheria è cambiata drasticamente. La politica estera, un tempo prevedibile, è oggi costellata di veti, tattiche di scontro estremo e antagonismo ideologico. Ciò che Tisza propone non è una nuova dottrina, ma la rinascita di una vecchia: ricostruire la fiducia e ri-ancorare il Paese alle sue alleanze, rafforzandone al contempo la sovranità. È una politica estera di rinnovato impegno – ma il cambiamento che potrebbe portare è radicale” (leggi).
| Parole chiave: Ungheria; Elezioni; Fidesz; Tisza |
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Per lungo tempo efficiente e prevedibile, la democrazia britannica è entrata in un periodo di incertezza con il referendum del 2016 che sancì l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea (leggi l’ancora attuale analisi di Anne Applebaum del 2017 per il Journal of Democracy, disponibile sul sito della London School of Economics). La debolezza attuale del governo di Kier Starmer, apparsa in tutta la sua gravità con le richieste di dimissioni a seguito del caso Mandelson-Epstein (leggi quanto riportato dall’ANSA), ha radici lontane.
Come ha scritto il Telegraph “Starmer è un primo ministro impopolare per la stessa ragione per cui lo sono stati i suoi diretti predecessori del partito conservatore: perché è percepito come fondamentalmente incompetente e come qualcuno che non è riuscito ad affrontare una serie di sfide considerate esistenziali dalla maggior parte degli elettori” (leggi).
Questa fragilità interna sembra tuttavia non condizionare eccessivamente la politica estera del Regno Unito: secondo il portale finanziario Market Screener, “Starmer ha cercato di ristabilire i rapporti con l’Unione europea da quando è entrato in carica nel 2024, quattro anni dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’UE, e ha assunto anche un ruolo di primo piano nel coordinare il sostegno europeo all’Ucraina contro l’invasione russa” (leggi).
Intervenendo a Monaco alla Conferenza sulla sicurezza, Starmer ha pronunciato un discorso con il quale “ha tracciato la linea di confine definitiva con il passato recente del Regno Unito. Il Primo Ministro britannico ha voluto rassicurare gli alleati: la stagione dell’isolazionismo ideologico legato alla Brexit è archiviata e Londra è pronta a rilanciare il proprio ruolo sullo scacchiere internazionale” (questo il commento del magazine della Treccani: leggi; il testo completo del discorso è sul sito del Governo di Londra: leggi). Chi volesse approfondire il tema, troverà un’analisi di ampio respiro sul sito del Brookings Institute: leggi.
| Parole chiave: Regno Unito; Keir Starmer; Post-Brexit |
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Al di là dei giudizi politici sulla scelta di Giorgia Meloni di non partecipare alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco per presenziare invece ad Addis Abeba il summit dell’Unione africana (Repubblica ha titolato “Meloni l’africana diserta il vertice di Monaco” leggi – articolo completo non disponibile), il Governo italiano cerca con tutta evidenza di dare risalto al proprio “Piano Mattei”, come testimonia l’intervista del Ministro degli esteri Antonio Tajani su Avvenire (leggi).
Nonostante gli sforzi tuttavia, a due anni dall’avvio del Piano il bilancio è in chiaroscuro: il sito Info Cooperazione segnala ad esempio che “nonostante l’annuncio di risorse mobilitate e di nuovi partenariati finanziari, restano limitate e frammentarie le informazioni pubblicamente accessibili su criteri di selezione dei progetti, procedure di allocazione dei fondi, meccanismi di monitoraggio e risultati effettivamente conseguiti” (leggi).
Un risultato certamente significativo è stato raggiunto con la firma a Misurata di un progetto di sviluppo del porto libico cui l’Italia partecipa unitamente ad un fondo del Qatar e alla MSC del Gruppo Aponte: leggi quanto riferito da Repubblica A&F. Il progetto ha anche una valenza politica, innanzitutto perché in lizza per la realizzazione c’erano altri attori di rilievo quali la Francia e la Turchia (da parte francese la notizia è stata pubblicata con toni anodini: leggi su La Tribune), ma anche perché consente al governo italiano di trasmettere un messaggio positivo circa la strategia del Piano Mattei: leggi sul sito di RAI News. Un’analisi del progetto per il porto di Misurata nella prospettiva del Piano Mattei è proposta da Affari Italiani (leggi).
| Parole chiave: Piano Mattei; Libia; Porto di Misurata |
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Nuove tensioni stanno affiorando sulla scena internazionale con l’avvio di una nuova fase della competizione tra monete di riferimento. Da anni la Cina, soprattutto nell’ambito dei BRICS e della Shanghai Cooperation Organization, persegue l’obiettivo di de-dollarizzare gli scambi e di rafforzare il ruolo dello yuan (leggi una dettagliata cronistoria sul portale Meer.com). Il predominio del dollaro è tuttavia ancora netto, e ciò penalizza le strategie cinesi, come illustra Notizie Geopolitiche: leggi. Ciò nondimeno gli Stati Uniti cominciano ad avere qualche timore.
Nel citato articolo di Meer.com si legge: “Nel novembre 2024, l’allora presidente-eletto Donald Trump chiese ai BRICS di impegnarsi a non creare nuove valute né a sostenere alternative al dollaro, minacciando dazi del 100%. Quindi, nel febbraio 2025, ha dichiarato che «i BRICS sono morti», avvertendo che avrebbe adottato misure punitive contro le «politiche anti-americane»”. Per una volta, chi sembra uscire avvantaggiato dal confronto con le altre potenze economico-finanziarie è l’Unione europea, che forse come mai prima sta seriamente ragionando sul ruolo dell’euro a livello mondiale. Ha ricordato Formiche.net: “Prima dall’Eurogruppo, poi dalla riunione dei ventisette ministri dell’Economia [di metà febbraio 2026 – NdC], arriva una spinta per una valuta continentale robusta e resistente ai grandi shock e persino in grado di competere con il dollaro. E in grado di arginare le ambizioni monetarie della Cina” (leggi).
Analogo messaggio è stato mandato dalla Presidente della BCE Chrstine Lagarde alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, dove “ha annunciato un passo che va oltre la tecnica monetaria ordinaria. Francoforte aprirà linee di prestito in euro alle banche centrali di tutto il mondo, fino a 50 miliardi per ciascuna, contro garanzie in titoli di debito europeo di alta qualità”, come riferito dal sito lamiafinanza.it: leggi. Un’interessante analisi della situazione, basata su presupposti teorici originali, è stata pubblicata dallo IARI: leggi.
| Parole chiave: Dollaro; Euro; Yuan; De-dollarizzazione |
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