Rassegna stampa, 1 Marzo 2026

1 mar 2026
Come precisato nella locandina allegata, giovedì 5 marzo, su invito della nostra associazione Dialoghi europei, sarà a Trieste Anna Foa per parlare del suo libro “Il suicidio di Israele”, con il quale lo scorso anno ha vinto il Premio Strega Saggistica: sul sito del Premio leggi la scheda dell’autrice e leggi la presentazione del volume.
Da sempre voce significativa della Comunità ebraica italiana, Anna Foa non ha mai rinunciato alla propria autonomia di valutazione e giudizio, nel solco della propria tradizione familiare ed intellettuale – leggi l’intervista rilasciata all’Agenzia Agi il 26 gennaio 2026 in occasione della Giornata della Memoria.

Su Anna Foa e “Il suicidio di Israele” si sono confrontati anche il giornalista Gad Lerner e il Rabbino capo di Roma Riccardo Disegni nel libro “Ebrei in guerra” (vedi sul sito dell’Editore). Nelle pagine finali del volume, osserva Lerner: “ci sono fratture personali […] che provocano dolore. Penso a una persona che so esserti cara, Anna Foa, storica illustre, figlia di un padre e di una madre della nostra Repubblica, e alla brusca interruzione dei suoi rapporti fino a ieri intensi con la Comunità di Roma. Quando il suo libro su quello che lei chiama “il suicidio di Israele” ha vinto il premio Strega per la saggistica, e quindi diventava più difficile far finta di ignorarlo, mi è toccato leggere a firma di persone di qualità recriminazioni davvero imbarazzanti”. Risponde Disegni: “All’inizio della storia biblica di Giuseppe viene detto che i fratelli lo odiavano “e non potevano parlargli in pace” (Genesi 37:4). […] Noi […] non ci odiamo, ma abbiamo opinioni molto differenti. Tu ti risenti per la durezza dei miei commenti, io mi stupisco per la durezza delle tue posizioni. Ma almeno ci parliamo”.

La presenza di Anna Foa all’evento di Dialoghi europei offrirà l’opportunità di ascoltare una voce che non intende smettere di parlare
 
Parole chiave: Anna Foa; Il suicidio di Israele
Solo fino a pochi anni fa l’India era vista come un paese con interessanti prospettive di crescita, ma non certo come uno dei futuri pilastri dell’economia mondiale (rivelatrici sono le valutazioni fatte ad esempio dal Fondo monetario internazionale nel 2015 – leggi).
Oggi Nuova Delhi si sta proponendo come un gigante economico. Ha titolato Wired: “Ora l’India è la quarta economia al mondo, ma fa più effetto sapere che ha superato il Giappone” (leggi).
Le contraddizioni ovviamente non mancano, e colpisce il sovrapporsi negli stessi giorni di notizie che esaltano le potenzialità tecnologiche del paese (leggisul Guardian del summit sull’intelligenza artificiale organizzato dal Presidente Narendra Modi), con altre che raccontano di una realtà di arretratezza socio-culturale (leggi il drammatico resoconto della BBC in merito al linciaggio di una “strega”).

Quello che si deve forse sottolineare è come l’India stia operando per proporsi come uno dei poli economici e geopolitici di quel mondo multipolare cui guardano ormai, con convinzione e consapevolezza, sempre più paesi del Sud globale.
Proprio nel campo dell’IA, lo sforzo di Nuova Delhi è lampante, come sottolineato dal Times of India (leggi).

Ma la sfida lanciata dal Sud globale sia al vecchio ordine post seconda guerra mondiale, sia a quello (unipolare?) accarezzato da Donald Trump, è ormai palese, con “il baricentro del sistema internazionale [che] si è spostato stabilmente verso l’Asia”, come scrive un bell’articolo de L’Eurispes: leggi.
Non solo quindi un nuovo protagonismo di paesi finora relegati a ruoli di secondo piano, ma un protagonismo che potrebbe affermarsi a scapito del Nord globale.

Va letto con attenzione un articolo di Africa e affari che ha analizzato uno studio del Boston Consulting Group, giungendo alla conclusione che “a crescere in maniera significativa […] sarà […] il commercio sud-sud, ovvero il commercio condotto tra i Paesi che si collocano grosso modo nelle regioni meridionali del planisfero, quelli all’interno del cosiddetto Global South”.
 
Parole chiave: India; Sud globale; Multipolarismo
 

L’Albania è uno dei pochi paesi europei guidato da una forza politica che si definisce socialista ed è membro associato del Partito dei Socialisti europei(vedi sul sito di quest’ultimo).
Sia la denominazione, sia l’affiliazione lasciano perplessi se si analizza la figura del leader del partito – e Primo ministro – Edi Rama ed il percorso politico che lo ha portato a ricoprire per un decennio le funzioni di sindaco di Tirana e, successivamente, quelle di capo dell’esecutivo per quattro legislature di seguito (leggi un sunto dei suoi primi passi in politica su Balkan Insight e leggi il commento delle Heinrich Böll Stiftung dopo la vittoria elettorale del maggio 2025).
Oggi Rama, oltre a coltivare il noto “rapporto speciale” con Giorgia Meloni (leggi sul Corriere della Sera), siede nel Board of Peace di Donald Trump (leggila presentazione dei partecipanti sul Guardian).

Nonostante la decisione di aderire a questa iniziativa sia stata adottala dal Parlamento di Tirana con voto bipartisan (leggi sul sito del Governo albanesequanto affermato dallo stesso Rama), non mancano le perplessità dei commentatori: leggi l’articolo apparso sul portale di notizie Pamfleti.net, intitolato “Edi Rama nel «Board of Peace»: ‘salvagente’ o scommessa rischiosa alla vigilia della tempesta”.

Come forse inevitabile quando il processo democratico non porta ad una reale alternanza del potere, il rischio di derive autocratiche è forte. Nel 2016 l’Albania aveva lanciato una profonda ed ambiziosa riforma della giustizia, che pur tra difficoltà ed incertezze era stata “elogiata per aver rafforzato la lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata”, come scritto da Deutsche Welle (leggi).
Dieci anni dopo, il Primo ministro entra in conflitto con la magistratura (leggisulla Reuters), mentre l’opposizione – per quanto screditata – ha buon gioco a manifestare contro la corruzione (leggi su Il Post).

Parole chiave: Albania; Edi Rama; Partito socialista d’Albania
 

Mentre i media commemorano il quarto anniversario dell’attacco russo all’Ucraina, come un fiume carsico riemergono anche paure e preoccupazioni relative ad altre aree che potrebbero presto diventare oggetto delle brame del Cremlino.

Già un anno fa questa rassegna stampa di Dialoghi europei aveva segnalato (leggi) diversi articoli concernenti il cosiddetto ‘corridoio di Kaliningrad’ o, come denominato dai polacchi, ‘corridoio di Suwałki’. (Una breve illustrazione – corredata da un’utile cartina geografica – dell’importanza strategica di questo corridoio è fornita dal sito di SkyTG24: leggi.)
Ma è da molti anni che circoli diplomatici e militari occidentali esprimono inquietudine circa le possibili mire di Mosca nella regione e formulano ipotesi in merito alle contromisure da adottare in ambito NATO: leggi lo studio pubblicato nel 2019 dallo Scandinavian Journal of Military Studies.

Nel frattempo tuttavia, la direzione impressa da Donald Trump alla politica estera statunitense, in particolare nei confronti degli (ex?) alleati europei e dell’Alleanza atlantica, offre opportunità forse inattese alla Russia. La Strategia per la sicurezza nazionale approvata a Washington nel novembre 2025 indica tra i propri “principi fondamentali” l’impegno a “porre fine alla percezione, e impedire la realtà, della NATO come alleanza in perpetua espansione; e incoraggiare l’Europa ad assumersi una responsabilità molto maggiore per la propria difesa e sicurezza” (leggi il testo completo del documento sul sito della Casa Bianca e leggi la versione in italiano su Startmag).
In questo contesto cresce il timore per un’azione russa nei confronti dei paesi baltici e il corridoio di Kaliningrad/Suwałki potrebbe fornire il casus bellileggil’interessante e dettagliata analisi di Geopolitica.info.
 

Parole chiave: Corridoio di Kaliningrad/Suwałki; Paesi scandinavi; Russia
 
Per due volte nel secolo scorso, agli inizi degli anni ’70 e a metà degli anni ’90, i governi norvegesi dell’epoca chiesero che il loro paese potesse entrare nella Comunità europea, negoziarono le condizioni di accesso e firmarono l’Atto formale di adesione.
In entrambi i casi tuttavia i cittadini sconfessarono i loro rappresentanti, votando ‘no’ al referendum confermativo (i momenti chiave dei rapporti tra Oslo e Bruxelles sono riassunti sul sito della Missione della Norvegia presso l’UE: leggi).

Negli anni successivi non si è più parlato di adesione della Norvegia, ma il paese si è nei fatti molto avvicinato all’Unione europea: un articolo sul sito di Aspenia dedicato ai rapporti tra l’UE e il paese scandinavo inizia ricordando che “la Norvegia non è paese membro dell’Unione europea, sebbene risulti de facto essere efficacemente integrata con essa, poiché è parte dell’Associazione europea di libero scambio (AELS), dello Spazio economico europeo (SEE), dell’acquis regolatorio di Schengen” (leggi; l’articolo è anche ricco di interessanti dati economici).

La fine delle certezze e il dubbio che ormai si è insinuato in molte cancellerie circa i veri obiettivi degli avversari e il grado di lealtà degli amici sta rilanciando il dibattito in merito all’ipotesi di adesione.
L’attacco russo all’Ucraina ha inviato i primi shock, e proprio nel 2022 si è registrata una crescita dei favorevoli all’UE (leggi sul sito Science Norway). Ma una reazione civile e politica ancor più significativa si è avuta con l’inizio del secondo mandato di Donald Trump. Sul sito di Chatham House già nell’aprile 2025 si segnalava che “proprio come Finlandia e Svezia con la NATO, la Norvegia si sta rendendo conto che anche la più stretta partnership possibile con l’UE non equivale all’adesione” (leggi).
Al tema ha dedicato una meritevole analisi lo IARI: leggi.
 
Parole chiave: Norvegia; Unione europea; Adesione
 
 
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