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Rassegna stampa di testate nazionali e internazionali a cura di Paolo Gozzi - 2/03/25

Sta davvero succedendo qualcosa: ci sono proteste nel 2025 in luoghi dove i serbi non si erano nemmeno ribellati ai turchi!” È l’affermazione (riportata dall’Osservatorio Balcani-Caucasoleggi) di una partecipante alle manifestazioni antigovernative che ormai da mesi scuotono la Serbia. Il Presidente Aleksandar Vučić è sempre più nel mirino dei contestatori e non sembra sia servita a molto neanche una grande contromanifestazione organizzata dal suo partito per dimostrare che gli attuali vertici del paese godrebbero ancora della fiducia dei cittadini (leggi su Balkan Stories). Non si può nascondere tuttavia che, come scrive l’Institut für die Wissenschaften vom Menschen, “i manifestanti in Serbia sono soli. Nessun attore internazionale di rilievo li sostiene. La maggior parte delle potenze globali o appoggia attivamente Vučić o rimane indifferente, preferendo la stabilità del suo governo all’incertezza di un cambiamento democratico” (leggi). Su questo scenario (come su tanti altri) plana ora l’ombra dell’imprevedibilità delle future scelte americane. “Da quando è salito al potere, Vučić ha gestito abilmente gli interessi contrastanti tra Occidente e Oriente” (ibidem), ma il compito si annuncia ora più difficile e lo stesso Vučić si è premurato di salutare alcune iniziative di Donald Trump (leggi quanto riportato dall’agenzia Tanjug). Nel panorama di notizie che si inseguono e di previsioni sempre più incerte, restano valide le considerazioni espresse in un articolo apparso a fine gennaio su Geopolitica.info (leggi), in cui si sottolinea come “sebbene la prospettiva di avvicinamento dell’amministrazione Trump al fianco Est dell’Europa […] riveli la necessità di controllare e controbilanciare l’influenza russa, la sfida più grande per gli Stati Uniti sarà volta alla crescente concorrenza con la Cina”.

 
Nel recente intervento al Parlamento europeo per illustrare “il senso e gli obiettivi del suo Rapporto sulla Competitività” Mario Draghi ha affermato che “l’Europa […] deve agire, subito, come fosse un unico Stato” (leggi quanto riferito dall’ANSA). La ricetta suggerita dallo stesso Draghi per raggiungere tale obiettivo comprende il superamento dell’unanimità nelle decisioni collegiali degli Stati membri. Il principio è ormai ampiamente accettato: è tra l’altro sul tavolo dall’autunno 2023 un’autorevole proposta franco-tedesca di modifica dei Trattati che va in tal senso (ne ha scritto Euronewsleggi; il testo integrale è sul sito del Ministero degli esteri franceseleggi). Nella consapevolezza che il processo di emendamento dei Trattati è lungo e complesso, la proposta ipotizza in alternativa la creazione di quattro diversi livelli di integrazione a legislazione immutata: “una cerchia ristretta, caratterizzata da un’integrazione profonda in ambiti come l'eurozona e Schengen; l’UE stessa; un cerchio più ampio di Membri Associati […]; infine, la Comunità Politica Europea […] senza l’obbligo di conformarsi al diritto dell’UE”. Il riferimento all’Eurozona è significativo in quanto si tratta di un esempio concreto di successo del processo di integrazione (forse anche per questo osteggiato da Alternative für Deutschland, come riportato da Repubblicaleggi). È di questi giorni la notizia che la Bulgaria stima di aver completato il percorso di consolidamento economico-monetario necessario per l’adozione dell’euro e conta di introdurre la moneta unica nel 2026 (come scritto da Euractivleggi), sfidando anche il dissenso (violento) delle forze politiche filorusse (leggi su Deutsche Welle).
 
forze politiche filorusse (leggi su Deutsche Welle).
Le elezioni politiche irlandesi di fine novembre 2024 sono state vinte dai due partiti (Fine Gael e Fianna Fáil, entrambi di centro-destra) che già avevano governato assieme nella precedente legislatura (leggi l’analisi del voto del New York Times). Dopo trattative tutto sommato brevi, la stessa coalizione ha trovato un accordo e a fine gennaio Michael Martin, già premier tra il 2020 e il 2022, è stato nominato Primo ministro. Ne ha scritto Al Jazeera (leggi), riportando alcune parole pronunciate dallo stesso Martin nel discorso di investitura: “Il nostro compito oggi è quello di proteggere la forza dell’Irlanda in un momento di vera minaccia […]. Tutti i parametri plausibili suggeriscono che siamo ad un momento difficile della storia mondiale”. Dopo essere stata protagonista al pari di Grecia, Italia, Portogallo e Spagna della crisi dell’euro esplosa poco più di 10 anni fa, “oggi l’economia irlandese si presenta come una realtà resiliente e diversificata, con uno dei PIL pro-capite tra i più alti nell’Unione Europea”, come scrive il sito Business24 (leggi) in una chiara disamina dell’andamento economico del paese. Ma sono altri i motivi che spingono a seguire con attenzione la situazione: pur essendo “una nazione di poco più di cinque milioni di abitanti […] l’Irlanda sta assumendo un ruolo di primo piano nella complessa dinamica della rivalità tra Stati Uniti e Cina”: è quanto afferma Formiche.net (leggi) nel commentare la visita del Ministro degli esteri di Pechino Wang Yi a Dublino, subito dopo aver partecipato alla conferenza di Monaco sull’Ucraina. Propone un’interessante lettura della visita europea di Wang Yi un articolo dell’ISPI, secondo il quale il ministro cinese ha cercato “di accreditare l’immagine di una Cina responsabile, dicendo all’Europa ciò che quest’ultima vorrebbe sentire dal suo alleato statunitense” (leggi).
 
L’11 maggio prossimo gli albanesi si recheranno alle urne per eleggere i 140 deputati del Parlamento monocamerale (qui il sito ufficiale). La tornata elettorale avrà una valenza storica, in quanto per la prima volta potranno votare anche i membri della diaspora. Non si tratta di un dettaglio di poco conto, visto che “l’ultimo censimento ha evidenziato come su un totale di 4,6 milioni di cittadini, solo 2,4 milioni risiedano effettivamente in Albania” (come riferito da Balkan Insightleggi). Se il voto dei non residenti potrà certamente influenzare l’esito dello scrutinio, al momento non si prevedono sconvolgimenti nei rapporti di forze tra i tre principali partiti: il Partito socialista (centro-sinistra) del premier uscente Edi Rama (al governo da dodici anni), il Partito democratico (destra) di Sali Berisha e il partito della Libertà (centro-destra) di Ilir Meta. Gli ultimi sondaggi (leggi sul sito PolitPro) indicano la probabile vittoria dei socialisti di Rama. Occorre tuttavia fare attenzione con l’attribuzione di connotati ideologici alle formazioni politiche albanesi, soprattutto alla luce delle loro alleanze a livello europeo. Fornisce un quadro della situazione un articolo de Il Post (leggi) che si sofferma in particolare sui rapporti reciproci tra i principali partiti italiani ed albanesi, affermando che “intorno alle prossime elezioni albanesi si stia alimentando anche in Italia una polemica insolita, e che mostra alcune contraddizioni nel posizionamento dei partiti italiani”. In ogni caso, secondo eastjournal “i toni della campagna elettorale si preannunciano molto accesi. A darne un assaggio ci ha pensato Chris LaCivita, consigliere e co-gestore dell’ultima campagna di Donald Trump”, chiamato a guidare il comitato elettorale del partito democratico (leggi).
 
Poco prima di lasciare la presidenza della BCE, Mario Draghi pronunciò un discorso nel quale indicava che la Banca centrale era pronta a stimolare l’economia con tagli dei tassi e acquisti di titoli di stato (il discorso è disponibile sul sito della BCE: leggi). Era l’estate del 2019 e l’allora Presidente degli Stati Uniti (Donald Trump…) reagì sostenendo in un tweet che “le dichiarazioni di Mario Draghi, capo della BCE, avevano provocato un’immediata svalutazione dell’euro rispetto al dollaro, «rendendo ingiustamente più facile per loro competere contro gli USA»” (come riferito all’epoca dal Guardianleggi). Quasi sei anni dopo, tornato alla Casa Bianca, Trump non cessa di attaccare l’Europa su molti fronti, compreso quello economico-monetario: il solo annuncio dell’applicazione di dazi all’importazione ha portato ad inizio febbraio ad un “dollaro super” (secondo la definizione di Milano Finanzaleggi). L’articolo spiega che “i dazi costringono, e in alcuni casi provocano, la reazione dei paesi concorrenti degli Usa, che tendono a svalutare la propria moneta per attutire l’effetto negativo che le tariffe hanno sull’export”. Ma la politica monetaria statunitense si sta muovendo verso un obiettivo ad un tempo più ambizioso e più fondamentale: difendere il primato del dollaro come valuta di riferimento per il commercio mondiale. Da questo punto di vista, assai preoccupante è per Washington la “de-dollarizzazione” cui stanno puntando i BRICS (l’ultima messa in guardia è commentata dall’indiano Economic Timesleggi; che il progetto stia avanzando è dimostrato dal numero crescente di paesi interessati, come riportato dall’Atlantic Councilleggi). Nonostante le uscite tonitruanti del Presidente, sull’economia USA rimane sospesa la spada di Damocle dell’esorbitante debito pubblico (ne parla un articolo del Corriere del Ticinoleggi). Ecco allora che prende concretezza l’ipotesi di un attacco a quello che forse è percepito come l’avversario meno coeso: l’Eurozona. Azzarda addirittura il termine “complotto” un interessante articolo di Federico Fubini sul supplemento Finanza del Corriereleggi.